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Viaggio in bici ai confini di Singapore... o quasi

Tanta strada per vedere un sole disperato

di ViaggiareLeggeri, 05 maggio 2009 | Tempo lettura 7' | 0 commenti | Commenta

Singapore e' un'isola di cinquanta chilometri per venticinque. Sono qui da un anno e ancora non l'ho vista tutta, quindi domenica ho voluto rimediare andando in direzione del ponte occidentale con la Malesia, il Tuas Second Link tra la piccola citta'-stato-isola asiatica e la terraferma. Il punto piu' meridionale di Singapore l'ho gia' visto a Sentosa, per quello piu' orientale ho visitato il Changi Airport (pronuncia "cian-gni"), a nord andro' prima o poi nella zona dell'Ammiragliato. Ad ovest, come detto, c'e' il "second link" con la Malesia (il "first link" e' la massicciata che porta da Singapore a Johor Bahru, a nord).

Parto alle otto e mezza da casa, su Tanjong Rhu, non fa ancora troppo caldo. Saranno venticinque gradi, forse poco piu'. Scatto qualche foto sul ponte della East Coast Parkway vicino casa, poi mi metto a pedalare sul serio: attraverso l'area dell'Esplanade coi due "durian" del teatro Esplanade, passo sul ponte che porta alla City, prendo Shenton Way e poi Keppel Road. Pedalo sotto un viadotto, e mi godo un po' d'ombra finche posso; di fianco a me, il Keppel Terminal del gigantesco porto di Singapore, il piu' grande dell'Asia. Seguendo la strada principale mi trovo poi in West Coast Highway e passo davanti a VivoCity (centro commerciale) da cui si va all'isola di Sentosa. Una tentazione a cui resistero', questa volta.

Proseguendo verso ovest diminuiscono i condomini, aumentano gli edifici commerciali e, piu' ancora, le aziende della logistica. Dovrei sentirmi a casa, dopo otto anni di lavoro in questo settore... la strada e' una serie di lunghi rettilinei. Sono le dieci di mattina. Il caldo inizia a farsi sentire.

Più tempo c'e' per preparare un viaggio o un'escursione, più cose riesco a dimenticare a casa: questa volta sapevo dal giorno prima dove sarei andato, eppure ora mi ritrovo senza occhiali da sole e ho anche dimenticato di mettere crema protettiva contro i raggi solari. Ah, e la borraccia piena e' rimasta in frigo a casa, come d'obbligo.

Quando incrocio Clementi Road mi sento vicino a destinazione. In realtà sono appena a meta' strada. Vicino al bacino di Jalan Buroh imbocco Penjuru Roade poi Jalan Buroh (Road), per evitare di ritrovarmi sulla Ayer Raya Expressway. A sinistra c'e' un deposito della Exxon con guardie in tenuta tropicale che imbracciano grossi mitragliatori. Vorrei fotografarli, ma il cartello "No photography" e i loro mitra non sembrano un invito. Un chilometro più avanti mi fermo ad una stazione di servizio e acquisto acqua, latte di soia e una bevanda energetica. Scolo una bottiglia e mezza (mezzo litro ciascuna) immediatamente. Faccio riposare gli occhi per qualche minuto, poi riparto. Perlomeno mi sono ricordato di portare un cappellino, almeno posso proteggere la cocuzza.

Una delle tante strade. Niente pista ciclabile, qui.



Proseguo pedalando su Pioneer Road. Le ginocchia sembrano a pezzi, i polpacci pure. Sono le dieci e mezza, mi ero ripromesso di invertire la rotta a quest'ora, in modo da aver tempo a sufficienza per arrivare a casa per l'una. Intorno a me vedo solo fabbriche e aziende di recupero e riciclaggio rottami, più le solite aziende di logistica. Non riesco ad immaginarmi quanto ci vorrà per arrivare al Tuas Second Link, e cosa vedrò. Non so neppure se ne valga la pena: e' da almeno un'ora che attraverso panorami da dimenticare. Penso di tornare indietro, poi capisco che non verro' in questa parte dell'isola una seconda volta in bici, non ne vale la pena, e che se voglio arrivare al mare devo arrivarci oggi. Proseguo, le mie ginocchia dimostrano sessant'anni, non quaranta. La bici potrebbe essere parte del problema: il telaio e' un po' piccolo per me, e non riesco a stendere ne' le braccia ne' le gambe, pedalando.

Alla fine di Pioneer Road giro a destra su Tuas West Drive, che costeggia il mare. Non abbastanza vicino da poterlo sentire col naso o con le orecchie, ma e' li', oltre le reti protettive. Vedo un veliero con tre alberi alla mia sinistra, verso la Malesia, ma forse sto sognando. Vedo - e soprattutto sento - una pista da motocross alla mia destra. Giro a sinistra sulla strada chiamata Jalan Ahmad Ibrahim, che corre sotto il viadotto della Ayer Rajar Expressway. Sono davanti al Tuas Second Link.

(...) conquisto' nazione dopo nazione,
e quando fu di fronte al mare si senti' un coglione
perché più in la' non si poteva conquistare niente;
e tanta strada per vedere un sole disperato
e sempre uguale e sempre come quando era partito.

Roberto Vecchioni, Stranamore


Tuas Second Link: una serie di giganteschi e moderni capannoni sotto i quali si svolgono i controlli doganali delle merci e dei frontalieri che ogni giorno vanno e vengono tra Singapore e Malesia. Meno affollato di Johor Bahru, ma quello che vedo e' lato singaporiano, non quello malese: anche a Johor Bahru i controlli dei viaggiatori in uscita erano precisi e veloci, era l'ingresso in Malesia che era lento e disorganizzato.

In bici - o a piedi - non si può passare dal Second Link, e' un ponte autostradale. Mi avvicino per quanto possibile all'ingresso principale, mi si avvicina un addetto alla sicurezza (disarmato, o perlomeno senza il mitra che avevano i suoi colleghi di fronte all'Exxon). Gli chiedo se la strada finisce qui, lui risponde di si', inverto la rotta, inizia il ritorno verso casa. Sono le undici e mezza, ho percorso circa quaranta chilometri in tre ore. Se ci fosse un furgone scoperto in giro, di quelli che trasportano muratori e altri gruppi di lavoratori ai loro cantieri, chiederei un passaggio immediatamente. Inizio a pensare di caricare la bici su uno dei rarissimi pullman che ho visto in Pioneer Road (cos'era, il 197 o il 157?), tanto non c'era nessuno a bordo. Ma la bici non e' pieghevole (quelle sono consentite), e a bordo non puo' salire.

Inizio a pedalare sulla Ayer Rajar Expressway. Un'autostrada, anche se non nel senso italiano, non ha caselli per il pedaggio. Le salite dei viadotti mi fanno scoppiare, ma grazie alle discese mi ritrovo a pedalare ad oltre trenta all'ora per diversi minuti. Sara' il canto del cigno delle mie gambe? Mai viste gambe cantare...

Non ricordo d'aver mai sudato cosi' tanto in bici. Non parlo di fatica, ho pedalato al limite delle mie capacita' fisiche tante volte. Ma sudare quanto oggi, mai. Le mani sono completamente bagnate sul dorso e sul palmo, la faccia e le braccia quasi non hanno punti asciutti. Asciugarmi con la maglietta che indosso... beh, anche quella e' inzuppata. E' mezzogiorno, il sole dell'Equatore e' a picco su Singapore. Ok, Singapore non e' sull'equatore: siamo a centoventi chilometri dalla linea mediana del pianeta Terra, ma non credo potrei sudare di piu', neppure se pedalassi lungo l'Equatore stesso.

La Ayer Rajar Expressway sembra molto piu' veloce della strada che ho percorso all'andata. Ma e' vietata alle biciclette, anche se non ci sono segnali in proposito. Sono ora in un'area urbana, con aziende e condomini. Arrivo all'uscita tredici, Jurong Town Hall Road, ed esco dall'expressway. Imbocco la West Coast Road, poi il suo seguito, la West Coast Highway. Non la strada piu' breve, forse, ma almeno non ci sono le variazioni altimetriche - minime, ma per me letali in questo momento - che incontrerei se pedalassi lungo Commonwealth Avenue e Jalan Bukit Merah.

Mi fermo ad una stazione di servizio e acquisto una bevanda a caso; gasata, pazienza. Qualche chilometro piu' avanti, nella zona in cui la West Coast Highway diventa Keppel Road, sento un rullo di tamburi. Gente, colori, un tempio buddista: ragazzi vestiti da dragoni cinesi stanno facendo delle prove per qualche celebrazione. Come facciano a non scoppiare dal caldo, con pantaloni lunghi, maniche lunghe, e un costume da dragone sopra, e' un mistero. Forse e' una religione termoisolante.

Sono in centro, nella City. Passo sul ponte dell'Esplanade, imbocco Raffles Boulevard e arrivo nella zona della ruota panoramica, il Singapore Flyer. Li' vicino, poco visibile, inizia la rampa pedonale del ponte sul Kallang River. Ultima salita, dai.

All'una e mezza sono a casa. Ho bevuto quattro bottiglie tra acqua, latte di soia e bevande energetiche. Le braccia sono rosse dal sole preso, come il collo. Ho scattato poche foto, e non memorabili. Non so se c'e' qualcosa che ricordero' di questa giornata in bici, tra qualche anno, a parte la fatica fatta.




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