Weekend a Torino e dintorni

Stupinigi e Sacra San Michele, Superga e Moncenisio, Marentino e altri posti

27 novembre 2017 FOTOREPORTAGE Tempo lettura 19'

Cosa si può' vedere e fare a Torino in due giorni e mezzo? Tanto o poco, dipende da voi. Questo è quel che ho fatto io, per un'ospite che non ha mai visto la capitale subalpina.

Venerdì


Aeroporto di Caselle, sono quasi le 10:00 di un venerdì mattina. Le mie due ospiti arrivano con il volo Ryanair del mattino: sono mia moglie e la sua amica giapponese Kyoko. Carichiamo in auto i loro pochi bagagli e andiamo a Settimo Torinese, dove mangeremo. Nel pomeriggio, visto che questa settimana Torino ospita il G7 e si prevedono disordini, puntiamo sulle colline in direzione di San Mauro (con una popolare gelateria alla fine del ponte pedonale), Chieri e Sciolze, note ai residenti locali per le prelibatezze gastronomiche e i vini, tra cui il Freisa di Chieri.

La destinazione è Marentino, piccolo comune di milletrecento abitanti che, pur non con una limitata offerta gastronomica, offre qualcosa di piuttosto unico: i muri esterni delle case della piccola città sono infatti decorate con grandi rebus, spesso ispirati alle storie dei residenti. Siamo stati qui già in passato e ne ho scritto in questa occasione. Parcheggiamo nel parcheggio gratuito al centro del paese, iniziamo ad osservare i rebus, ci avviciniamo alla soluzione di uno o due, ne indoviniamo un altro (barando: mia moglie ed io siamo stati a Marentino con mia madre in agosto, ed era stata mia madre a trovare la soluzione di uno dei rebus locali). Poi attacchiamo bottone con una famiglia che ci spiega alcune cose: sono stati loro i primi a concedere il muro di casa per il primo rebus del paese, in cambio dell'inserimento nel rebus stesso di particolari relativi alla loro famiglia: c'è un treno con matricola del "vero" treno su cui lavorava il padrone di casa; le due signore che camminano sono le due consuocere.

Uno dei rebus più complessi di Marentino. Rebus (3, 1, 6, 7, 4, 10, 9, 8). Buona fortuna.


Rebus: 3, 4, 10
Ci viene spiegato che un altro rebus mostra due bambine residenti a Marentino (ormai adulte: i rebus sono stati dipinti intorno al 2005), e che a tutte le famiglie sono stati dati numerosi opuscoli da distribuire ai turisti, per spiegare la storia e soprattutto le soluzioni dei rebus. Le scorte di opuscoli non sono state ripristinate, per cui chi ha ancora un opuscolo se lo tiene stretto. Ci vengono comunque offerte le soluzioni dei rebus su cui ci siamo scervellati. Altra cosa abbastanza peculiare di Marentino è che il Comune ha sede in una chiesa sul cui tetto campeggia ancora la croce. Quindi è tuttora consacrata, giusto? Un posto in cui ha sede potenzialmente un'amministrazione locale atea o comunista... scelta strana, o moderna.

Dopo un'ulteriore esplorazione del paese, col tentativo (miseramente fallito) di risolvere tutti i rebus presenti, ci dirigiamo verso la collina più famosa di questa zona: Superga. Anche Kyoko la conosce, non per la chiesa o per la storia ma per il marchio di abbigliamento sportivo, che è molto popolare in Giappone. E parlando di cose popolari in Giappone: Kyoko ci spiega che in Giappone è popolare la bagna càuda, un piatto tipicamente piemontese e non particolarmente noto al di fuori della regione. Sono stupito.

Mangiare bene, bere meglio. Un rebus che mostra alcuni prodotti tipici della zona: Grignolino, Malvasia, Barbera, Cari.

Passiamo da Chieri, dietro Torino, poi scolliniamo verso la citta' dopo il tunnel di Pino Torinese e risaliamo verso Superga, con la Basilica che appare solo alla fine, superato il piccolo incrocio prima dell'ultima rampa.

Superga


A Superga c'è un grande parcheggio gratuito, il che è un bene. Abbiamo meno fortuna con le condizioni meteorologiche: queste sono giornate nuvolose, e il magnifico panorama di Torino dall'alto oggi è un uniforme mare grigio, riesco a malapena a individuare la Mole Antonelliana, la Torre Littoria ("il dito", per i torinesi) di Piazza Castello e, forse, Corso Francia, nella sua infinita rettilineita'.

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Sono quasi le sei del pomeriggio, facciamo in tempo ad ordinare un bicerin (bevanda alcoolica al cioccolato) al Caffè della Basilica, dove riusciamo anche ad utilizzare i bagni (ci sarebbero dei bagni pubblici, a sinistra della Basilica, ma sono sbarrati da un catenaccio). Visto l'orario siamo costretti a saltare, per questa volta, il museo dei Savoia, che sta per chiudere. Entriamo quindi nella Basilica, ne osserviamo da sotto la maestosa cupola, e nel momento in cui propongo di salire in cima, scopro che Kyoko non ama le grandi altezze, e preferisce evitare.

Facciamo un giro intorno alla chiesa per raggiungere il memoriale al Grande Torino, dietro alla Basilica. Nel maggio del 1949, di ritorno da una partita in Portogallo, la squadra di calcio del Torino, con al seguito dirigenti e giornalisti, volava su un aereo che si schiantò contro il lato Sud della collina di Superga, uccidendo sul colpo tutti i passeggeri e cancellando in un momento la squadra di maggior successo del calcio italiano. Il Torino venne retrocesso nonostante avesse ottenuto in prestito giocatori giovani da altre squadre, e nonostante l'intervento di uno sponsor, il che porto' alla stranezza (per il calcio europeo) del Talmone Torino, una squadra col nome dello sponsor.



Presso il memoriale tante bandiere, sciarpe, stendardi di altre squadre: rispetto per una squadra sfortunata, simpatia per gli antagonisti cittadini della Juventus, affetto per una squadra che ha sempre avuto radici più torinesi e più "proletarie" del gigante bianconero? Probabilmente c'è un po' di tutto, nella simpatia che il Torino riscuote anche al di fuori dal perimetro cittadino, e forse il Toro risulterebbe meno simpatico se dovesse tornare a vincere un campionato dopo l'altro.

Scendiamo a valle, la gita di oggi è finita.

Sabato


A Torino c'è il G7, e i nostri informatori in citta' ci dicono che si prevede una giornata di caos e manifestazioni in centro. Cosa comprensibile, non c'è motivo di saltare un giorno di lavoro o di scuola il venerdì per partecipar a una manifestazione in centro, meglio farla il sabato, come si fa da generazioni. Decidiamo quindi di evitare Torino, e le giriamo intorno con la tangenziale; per chi dovesse utilizzarla per la prima volta, si tratta di una tangenziale che NON segue un tracciato circolare intorno alla città, a causa delle colline a sud-est che impediscono di completare il cerchio.

Andiamo verso sud-ovest, a Stupinigi o, per usare il nome completo della nostra destinazione, alla Palazzina di caccia di Stupinigi. Trovo interessante essere qui mentre il G7 si sta svolgendo a Venaria Reale: "La Venaria" era una reggia più che un palazzo per cacciatori, ispirato a Versailles e costoso da mantenere, per cui il re decise di spostare la propria reggia a Stupinigi, in un nuovo edificio, molto più piccolo, compatto, economico da gestire ma altrettanto dotato di animali da cacciare (cervi, cinghiali, etc).





Per anni è stato impossibile visitare Stupinigi in quanto era in fase di restauro. Quando poi riuscii finalmente a visitarla (ne scrissi qui), ne fui impressionato solo a meta': edificio splendido, ma i restauri non parevano completi. Un altro mio ricordo di Stupinigi è televisivo: durante un programma di un canale tv britannico, una decina di anni fa, un famoso storico visito' Stupinigi (ancora chiusa al pubblico) e, stupito dalla magnificenza del luogo, disse piu' o meno cosi':

Elisabetta I, regina di un impero su cui non tramontava mai il sole, viveva in un palazzo freddo, umido, grigio e spiacevole come era il castello di Windsor. In quegli stessi anni il sovrano di un 'regno di cartapesta' come quello dei Savoia viveva invece in un posto splendido come Stupinigi.

Le sta bene, mi viene da dire. Ma in realtà quel tele-storico ammirava la Palazzina di Caccia di Stupinigi quanto la possiamo ammirare oggi noi visitatori.

Come si arriva a Stupinigi? Potete prendere la tangenziale come abbiamo fatto noi, ma se avete tempo e vi trovate a Porta Nuova in auto (o in bici, o in moto), imboccate via Sacchi e andate sempre dritti, senza badare ai cambiamenti di nome della via (via Sacchi, corso Turati, corso Unione Sovietica), e dopo poco piu' di nove chilometri di rettilineo vi troverete di fronte alla Reggia al maestoso edificio, reggia di fatto se non di nome. La costruzione inizio' nel 1729 su progetto di Filippo Juvarra, e venne completata nel 1733. L'edificio, in stile barocco, è un Sito Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO.

L'ingresso costa €12 e sono disponibili audioguide in varie lingue straniere (e anche in italiano). Dopo l'ingresso si passa attraverso varie stanze con ritratti di "pupi reali" spesso paffuti e raramente belli (i bimbi: i ritratti invece sono ben fatti e probabilmente realistici), e sale finemente decorate (Sala del Bonzanigo, Sala degli Specchi, del Pregadio), per arrivare finalmente al salone centrale, il cuore dell'edificio: una grande sala ovale con soffitto a cupola, affrescato con immagini venatorie. Stucchi decorativi in abbondanza, 36 teste di cervo, un magnifico lampadario ... c'è da perdersi, osservando tutti i dettagli del salone.

Una comitiva italiana (una delle poche, oggi i visitatori sono in maggioranza stranieri) ride del motto dei Savoia, FERT, che non ufficialmente viene (ancora, nel 2017!) spiegato come Femmina Est Rovina Tua. Si avvicina l'ora di pranzo, e ancora non so dove andare, dopo. Colgo lo spunto da una conversazione tra due guide: la Sacra di San Michele, il simbolo del Piemonte!

Finita la visita a Stupinigi saliamo in auto, riprendo la tangenziale e entriamo in Val Susa. Dalle parti di Buttigliera Alta cerco un ristorante, ne trovo uno dove si mangia bene spendendo una cifra ragionevole. Proseguiamo verso Sacra di San Michele, che è una abbazia appoggiata su una rocca a strapiombo sul lato sud della Val Susa.

Secondo una leggenda, l'abate (o il vescovo) a cui venne dato l'incarico di costruire l'abbazia deciso di costruirla sul lato settentrionale (destro) della valle, intorno all'anno Mille, nonostante l'arcangelo Michele gli avesse detto di erigere l'abbazia sul lato meridionale. Lui fece portare il materiale di costruzione su quel versante nord, in modo che i lavori potessero iniziare il giorno dopo. E il giorno dopo il materiale non si trovata più. Rubato? No, era sul versante meridionale della valle. Il prelato fece riportare il materiale sul lato settentrionale, e il giorno seguente, di nuovo, lo ritrovo' sulla sponda a sud della valle. A quel punto il prelato decise di seguire i consigli dell'arcangelo, che evidentemente non era disposto a compromessi, e l'Abbazia di San Michele della Chiusa (il nome ufficiale della Sacra di San Michele) sorse sulla cima del Monte Pirchiriano (962 metri), nel territorio di Sant'Ambrogio di Susa.

Parcheggiamo gratis lungo la Provinciale 188, e ci avviamo sul sentiero che porta all'abbazia. Sul percorso troviamo musicisti che suonano armonie medievali con strumenti elettronici, ragazzi che fanno picnic, bancarelle con formaggi e dolci tipici della Val di Susa e ... della Sicilia. Ingresso dell'Abbazia, il biglietto costa €8. L'abbazia si trova lungo uno dei percorsi della Via Francigena, quindi era spesso visitata da viandanti e pellegrini, ed era un posto ideale per proteggersi: mura imponenti, rocce a strapiombo, arcangeli intransigenti. Pare l'abbazia di Il nome della rosa, e infatti Umberto Eco si ispiro' alla Sacra per ambientare il suo romanzo d'esordio.

Paghiamo e saliamo lungo l'ennesima scalinata, ascoltando per un po' la pittoresca descrizione fornita da una guida: le leggende sulla Sacra sono tante, tutte interessanti. Entrando nell'abbazia vediamo la cima del Monte Pirchiriano, incorporata nelle fondamenta dell'edificio; uscendo, vediamo Le arcate di supporto, ricostruite di recente per mantenere in piedi il maestoso edificio. Poi si entra nella "nuova" chiesa, che risale al XII secolo. Fuori, su una terrazza panoramica, nonostante la foschia si intravede il fondovalle. Val di Susa, Torino in lontananza. La nostra amica giapponese sembra impressionata dalla bellezza dell'edificio: aveva studiato architettura, ora lavora nel campo del front-end web design, ma la passione per l'architettura è rimasta.

Continuiamo a girare nelle aree esterne dell'abbazia, io fornisco informazioni integrative (la geografia della valle, la situazione politica nei secoli successivi alla costruzione dell'abbazia), e al nostro piccolo gruppo si accoda un'altra famiglia, poi un'altra ancora. Spiego loro che non sono una guida turistica, loro mi chiedono se possono comunque ascoltare le mie spiegazioni storico-geografiche. "Certo che si'", rispondo, "fa sempre piacere, sentirsi apprezzati!". Raggiungiamo la Torre della Bell'Alda; un pannello informativo spiega che la bella Alda si butto' da quella Torre per sfuggire ad un mercenario assatanato che voleva violentarla. La Bella Alda, anziché morire, cadde per decine di metri ma sopravvisse senza un graffio, salvata dagli angeli (ricordatevi dell'arcangelo Michele...). Per dimostrare ai compaesani di essere speciale, la Bella Alda si butto' di nuovo dalla torre, e venne ovviamente punita per la sua arroganza: mori' nella caduta. Ora, la storia si fa ancora più interessante leggendo le didascalie del pannello nelle altre lingue: la versione inglese parla di un gruppo di mercenari, e quella giapponese non fa neppure un accenno al pericolo di violenza carnale. La versione più simile a quella italiana è forse quella cinese.

La Torre della Bell'Alda


Mentre scendiamo in auto verso il fondovalle, segnalo alle mie ospiti che la Francia è a circa 50 km, e dico che possiamo fare un salto lì; il mio obiettivo è il Moncenisio e le mie ospiti approvano calorosamente la mia proposta, quindi arrivati sulla Statale 25 giriamo a sinistra, verso Susa. Dopo questa città, ancora in Italia ma già in odor di Francia, la strada inizia a salire; la foschia vista prima diventa ora nebbia, via via sempre più fitta. Dopo Barcenisio, poco prima del vecchio posto di confine italiano (*), la visibilità è di poche decine di metri.

(*): Se hai meno di vent'anni, l'idea di un "posto di confine" ti parra' aliena, una cosa da vecchi, come i telefoni a disco, i film di Bobby Solo, i mangiacassette, o Facebook. Un "posto di confine" era un posto, di solito tra due nazioni, in cui i viaggiatori e le merci vengono ispezionati. C'era un tizio in divisa che ti chiedeva i documenti, quantomeno una carta d'identità con la dicitura "Valida per l'espatrio"; quel documento era come un lasciapassare per l'avventura, quando avevo 17 anni.
L'accordo di Schengen rimosse i posti di confine interni in Europa: questa galleria del Guardian ti dara' un'idea di com'erano fatti.


Tra l'ex posto di confine italiano e l'ex posto di confine francese ci sono vari chilometri, che ho sempre identificato come una "terra di nessuno", in cui c'è un lungo rettilineo (questo), e la visibilita' oggi è a zero, o quasi, quindi procedo a passo d'uomo, coi finestrini aperti per sentire eventuali auto. Raggiungiamo l'ex posto di confine francese, per Kyoko è qualcosa di inusuale vedere un confine "politico", visto che la sua esperienza in Giappone (e, ora, in Gran Bretagna) è limitata a confini fisici (il mare che ti separa dalle altre nazioni).

Risaliamo in auto, ora pioviggina, ma la visibilità è migliorata. Continuiamo a guidare in territorio francese, a sinistra la maestosa diga che chiude il lago del Moncenisio, più in là il forte di Variselle, apparentemente piccolo, in realtà selvaggio e spettacolare per i panorami che offre e la pericolosità (non è gestito), soprattutto se camminate sui suoi contrafforti in una giornata di vento. Raggiungiamo il Piano del Moncenisio, un lungo pianoro con una chiesa a forma di piramide, un museo dedicato al Moncenisio e un giardino botanico. Meno culturalmente stimolanti ma sempre utili: un bar, un paio di ristoranti e i bagni pubblici.



Entriamo nel bar, beviamo delle cioccolate calde, poi Kyoko ed io andiamo a vedere la chiesa, che mia moglie ha già visto varie volte. La chiesa è chiusa, ma il panorama del lago è ancora più bello da li'. Ripartiamo con una preoccupazione in più: salendo mi ero accorto che la spia della benzina iniziava ad occhieggiare, scendendo la spia è accesa costantemente e siamo pericolosamente vicino alla fine. Con un po' di attenzione arriviamo fino a Susa e facciamo il pieno. La giornata, piuttosto piena, è conclusa, torniamo alla base, a Settimo Torinese.

Domenica


Ci alziamo tardi e andiamo a Torino, in centro: il G7 è terminato, oggi dovrebbe essere una giornata tranquilla.

Uno dei modi piu' pratici per visitare il centro-città consiste nel parcheggiare l'auto ai Giardini Reali, dietro a Piazza Castello, poi raggiungere a piedi la suddetta e da lì proseguire sotto i portici in direzione di via Roma (verso la stazione di Porta Nuova) oppure in direzione di Piazza Vittorio Veneto, col Po, la Chiesa della Gran Madre e, piu' in la', il Museo della Montagna. Noi invece prendiamo il tram n. 4 in Corso Giulio Cesare e andiamo in centro senz'auto.

Galleria Subalpina


La Cavallerizza
Panorama dalla Mole
In Piazza Castello camminiamo sotto i portici, entriamo in vari negozi di scarpe e abbigliamento, poi in via Po andiamo da Fiorio, il caffè più famoso tra i tanti di Torino (era il preferito di Cavour, pare). Visitiamo la magnifica e molto riservata Galleria Subalpina, praticamente un salotto, ideale per proteggersi dalle intemperie nelle fredde giornate invernali torinesi.

Il tempo è anche il motivo dei portici, lunghi 18 km, tramite i quali è possibile andare quasi senza bagnarsi da un punto all'altro del centro-città. Visitiamo poi la Mole Antonelliana, alta quasi 170 metri. Saliamo in cima per vedere il panorama, ma anche oggi c'è parecchia foschia. Poi visitiamo il Museo del Cinema (è dentro la Mole), pagando 15 euro a testa (ascensore per la Mole piu' museo); la coda è lunga (mezz'ora in una domenica di ottobre...), suggerisco di prenotare in anticipo il biglietto online presso il sito del museo.

Dopo la visita alla Mole passiamo per la Cavallerizza, che faceva parte dell'Accademia Reale, un'istituzione inaugurata nel 1679 dove venivano educati i rampolli della nobiltà europea. Ora è un'area autogestita dai cittadini, con un bel sito web (www.cavallerizzareale.org) che spiega come partecipare al suo autogoverno. Nell'area sono presenti gruppi alternativi, bancarelle e chioschi vari.

Galleria San Federico
Museo del Cinema: il Moloch di Cabiria Cabiria fu uno dei primi kolossal cinematografici: e' un film del 1914 di Giovanni Pastrone, cui collaboro' anche Gabriele D'Annunzio.
Torniamo in centro, visitiamo via Roma e via Lagrange. Cerchiamo un misterioso negozio Superga per Kyoko, vai di qua, è prima del ristorante, è dopo la tabaccheria, è a destra, è a sinistra l'ho visto, si è nascosto. Trovato il negozio, scopriamo che i prezzi sono identici a quelli del negozio Superga di Londra. Propongo a Kyoko e a mia moglie di andare alla Robe di Kappa, altro famoso marchio Torinese dell'abbigliamento sportivo, per fortuna preferiscono continuare la passeggiata in centro. In via Lagrange non trovo più Marvin, negozio storico per i fotoamatori subalpini: un'anziana libraia mi dice che ha traslocato altrove qualche anno fa. Alla fine il nostro shopping non ci costa troppo, grazie a questi inconvenienti...

In piazza Carlo Felice, davanti a Porta Nuova, ci rimettiamo a passeggiare sotto i portici, passando da una bancarella di libri usati all'altra. Continuiamo in via Roma fino a a Piazza San Carlo, dove ovviamente saltiamo sugli zebedei del bel toro dorato davanti al Caffè Torino, come si fa anche in Galleria Vittorio Emanuele II, a Milano.

Proseguiamo in direzione di Piazza Castello ed entriamo nella Galleria San Federico, in passato sede storica della Juventus: lievemente meno pittoresca della Galleria Subalpina, per quanto mi riguarda. Segnalo agli appassionati di cinema che qui, in Piazza CLN e in altre parti di Torino vennero girate scene di vari film di Dario Argento, compreso Profondo Rosso.

Uno dei simboli di Torino: il Gianduiotto


Arriviamo in Piazza Castello, saliamo su un tram "all'antica" e faccio un paio di foto.

Turisti in un tram Strano, sentirsi dire "ma si', anche se siamo nella tua foto non ci dispiace, anche se la pubblichi".


Mi rendo conto che il tempo a nostra disposizione è in via di esaurimento, e non ho portato le mie ospiti in via Garibaldi (popolare via dello struscio e degli acquisti), ne' sotto i portici di via Cernaia e via Pietro Micca verso Piazza Statuto, non abbiamo visitato musei (andare anche solo a quello del Risorgimento più quello Egizio avrebbe richiesto un'intera giornata), e non abbiamo visto tante altre cose. Beh, non avevo la speranza ne' l'intenzione di mostrare tutta Torino in una giornata: è l'appetito per ulteriori visite, che volevo stimolare.

Palazzo Reale, Piazza Castello

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Nel mezzo del cammin di nostra vita
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