Blog, argomento: ristoranti 

Gli articoli del blog di ViaggiareLeggeri sull'argomento ristoranti

Rischi alimentari: penne o pene all'arrabbiata?

Scritto da ViaggiareLeggeri, 26/01/2012 alle 12:00 | 2 commenti  | Permalink
Gli errori gastronomico-sessuali vanno di moda, in questi giorni, in Gran Bretagna: in un programma televisivo in cui si parlava di cucina, la presentatrice Holly Willoughby ha confuso il formaggio pecorino con qualcos'altro. Niente di male, se non fosse che uno chef italiano partecipava alla trasmissione e ha subito evidenziato la gaffe. E ieri, andando a mangiare in un caffe' vicino a Paddington, ho trovato nel menu' questa perla:

Pene arrabbiato?


Il locale aveva decorazioni tricolori, panettoni italiani in vendita, tutto portava a credere che si trattasse di un locale 'italiano'. Magari quel "Penne Arrabbiataor Pene" e' voluto...

Tags: cartoline, castronerie, lingue, Londra e dintorni, ristoranti

Come danneggiare la reputazione di una citta': un ristoratore disonesto a Roma

Scritto da ViaggiareLeggeri, 14/11/2011 alle 07:05 | 4 commenti  | Permalink
Una serata tra amici in un ristorante a Roma, un conto un po' salato, e alla fine neppure uno scontrino: possibile che esistano ristoratori che cercano di fregare i clienti? No, non ci credo.

Come scrive Paese Sera, nove amici hanno cenato in un ristorante "decisamente informale" vicino a Castel Sant'Angelo, hanno ricevuto "porzioni non certo abbondanti", hanno ricevuto un conto da 572 euro (63,5 euro a testa), e alla richiesta di uno scontrino si sono sentiti dire che il ristorante 'non aveva il libro delle ricevute'.

Beh, ovvio che si spenda cosi' tanto, mangiando cibi sofisticati:
La cena non ? certo luculliana, un antipasto a testa, un assaggio di primo e per secondo la specialit? della casa: tagliata di manzo.


Il prezzo pagati dai commensali mi sembra alto, ma non e' il problema principale. Il rifiuto di emettere lo scontrino e' da denuncia immediata. Se ceni in un capanno sulle sperdute isole malesi ti fanno lo scontrino, ma nel centro di Roma no. Complimenti.

Ricordiamo a tutti che, come dice il sito della Guardia di Finanza, il numero da chiamare e' il 117, attivo 24 ore su 24:
Il numero di pubblica utilit? 117

Il "117" ? un numero gratuito di pubblica utilit?, operante 24 ore su 24, realizzato con lo scopo di instaurare un rapporto diretto tra la Guardia di Finanza e i cittadini.

E? stato istituito nel 1996, anche al fine di corrispondere alle diversificate istanze di tutela espresse con sempre maggior vigore dalla collettivit?, nonch? all?esigenza di migliorare i rapporti fra contribuente e fisco.

Con il "117" si entra in contatto con le "sale operative" presenti in tutte le province del territorio nazionale, per chiedere l?intervento di una pattuglia ovvero per ottenere notizie e informazioni sui servizi del Corpo.

Per le violazioni amministrative, quali il mancato rilascio dello scontrino o della ricevuta fiscale, si potr? procedere alla immediata verbalizzazione dell'illecito soltanto aspettando la pattuglia sul posto.

In caso contrario, verranno acquisite tutte le informazioni necessarie e il segnalante sar? invitato a presentarsi presso il Reparto del Corpo pi? vicino per la necessaria formalizzazione.

I clienti del ristorante in oggetto erano italiani. Magari forestieri, non romani, ma pur sempre italiani. Quanto sarebbe stato salato, il conto, se i clienti fossero stati degli ingenui giapponesi o dei tedeschi?

Come abbiamo twittato ieri, la proposta di Milena Gabanelli e' molto interessante: tassare i pagamenti effettuati in contanti, in modo da far riemergere l'economia sommersa italiana. Magari aiuterebbe anche ad evitare situazioni come quella capitata ai nove amici che hanno cenato vicino a Castel Sant'Angelo.

Tags: italianità, ristoranti, Roma, truffe

Parole dell'anno: bunga bunga. Anche a Londra

Scritto da ViaggiareLeggeri, 04/11/2011 alle 11:31 | 0 commenti  | Permalink
Giorni fa, a bordo di un volo easyJet verso Cipro, ho iniziato a leggere la rivista della linea aerea. Arrivato alla pagina dei ristoranti, un bel titolo ha attirato la mia attenzione: "Rome Away From Rome". Un articolo che parla di un locale che ti fa sentire a Roma anche se sei lontanissimo dalla capitale italiana? Quasi. Si tratta di un ristorante a Londra chiamato "Bunga Bunga":

Bunga-bunga londinese


Non tutti abbiamo la ricchezza e il potere di Silvio Berlusconi, ma da oggi non c'e' bisogno di essere il primo ministro italiano per godersi un po' di Bunga Bunga.


Non so voi, ma dubito che un ristorante londinese possa davvero somigliare alle simpatiche feste organizzate per il nostro Presidente del Consiglio...

Tags: easyJet, italianità, Londra e dintorni, ristoranti, Silvio Berlusconi

Quanto costa mangiare e bere a Cipro

Scritto da ViaggiareLeggeri, 01/11/2011 alle 13:58 | 0 commenti  | Permalink
I prezzi di alcuni pasti a Cipro, accompagnato da osservazioni personali.

Lo scontrino del Ristorante Zeus Cena allo Zeus Restaurant di Paphos: 32,80 euro. Ottimo branzino, lunga attesa per il kebab, che non era niente di speciale. Un bicchiere a testa di liquore omaggio della casa.



Lo scontrino del ristorante Dos Pesos Cena al ristorante messicano Dos Pesos: 38,85 euro. Eccellente fajita di pesce, buone le carnitas. Ho tradito la classica Corona per una birra locale, l'impeccabile Keo. Clientela piu' giovane e piu' rumorosa che negli altri ristoranti visti a Paphos. Solito liquore omaggio al termine della cena.



Lo scontrino dell'Oasen Italian Greek Restaurant Pranzo all'Oasen, ristorante greco-italiano sul lungomare di Paphos: 16,25 euro. Avevamo considerato una "casa del milkshake" e persino un KFC, poi ci siamo seduti ad un tavolo di questo ristorante lungo il mare (ma senza vista sul mare, per quanto paradossale possa sembrare). Se avete fame e non c'e' nient'altro di aperto, scegliete questo ristorante, altrimenti cercate altrove. Qui il "milkshake" costa quasi il doppio del "frappe'" nel menu, ed e' poco saporito. La taramosalada... beh, difficile fare errori con quella!



Lo scontrino del cocktail bar del Tasmaria Hotel Cocktails al bar dell'hotel Tasmaria, Cipro: 18 euro. Il Tasmaria e' un hotel sulla via principale di Paphos, a Cipro. Semplice e non molto moderno in alcuni dettagli (l'arredamento in primis), si fa perdonare per la bella piscina, il personale cordiale e attento e il cocktail bar. Caroline, una bella 'expat' inglese, prepara cocktail con precisione e senza darsi arie, chiacchiera volentieri, e comprende anche chi parla un inglese imbarazzante, alla "de cat iz on de teibol". Ottimo il suo Zombie, tanto che non mi sarei fermato a due.
Nota finale per gli scapoli: clientela femminile sensazionale, considerato che la bassa stagione ha allontanato molti turisti.



Lo scontrino del Martelli Restaurant Cena al Martelli Restaurant di Paphos: 34,68 euro. Devo averne letto una recensione positiva da qualche parte, forse sulla rivista di bordo della easyJet, e questo mi ha spinto a cenare qui: volevo dimostrare che avevano torto. E invece...

Abbiamo mangiato calamari, una "pizza Venezia" e del formaggio halloumi alla griglia: l'halloumi era buono in quanto grigliato, ma piuttosto spugnoso (come sempre succede con questo tipo di formaggio); i calamari erano ottimi e abbondanti, e la pizza Venezia eccellente e persino eccessiva. Il nostro cameriere mi aveva messo in guardia: "prendi la piccola, la media e' enorme". Aveva ragione, ne avanzo meta' che mi viene inscatolata come takeaway.

"Avevi ragione, mi sarebbe bastata una pizza piccola, ma... il cliente ha sempre ragione, e quando ha torto, paga in contanti per i suoi sbagli". Il cameriere cipriota (Stavros? Stelios? Stereotipos?) annuisce, capisce che non sto cercando di fregarlo. Ha un passo torvo, e cammina parallelo al manager del ristorante, a due file di tavoli di distanza. Mi ricorda Roberto, una ex guardia carceraria con cui lavorai anni fa: aveva cambiato mestiere, ma le vecchie abitudini - e il vecchio passo - erano rimasti immutati. I clienti, per lui, erano elementi inaffidabili da guardare a vista. Ma le similitudini finiscono li': il cameriere che e' di ronda di servizio questa sera, nonostante l'andatura, e' molto affabile e, come detto, onesto.

Porzioni enormi. Persino il liquore omaggio - ouzo, per me - e' eccessivo, ma stoicamente non mi lamento e lo finisco.

Tags: antropologia spicciola, Cipro, foto, ristoranti

Piu' facile trovare un Subway che un McDonald's

Scritto da ViaggiareLeggeri, 10/03/2011 alle 01:53 | 0 commenti  | Permalink
Vi piace mangiare nei ristoranti fast food, quando viaggiate? Allora questa notizia vi riguarda.

Fast food, per tanti, significa un nome solo: McDonald's. Simbolo del capitalismo globale che avanza a colpi di hamburger ipercalorici e patatine coperte di ketchup, McDonald's e' ovunque. E fino a poco tempo fa era la piu' diffusa catena di ristoranti fast food sul pianeta: i marchi di KFC, Burger King, Taco Bell e le altre catene sono lontane dall'onnipresenza della M gialla. Ora, pero', McDonald's e' stata superata da Subway. Specializzata in sandwich ("submarine sandwich), Subway ha ora 33.749 ristoranti in tutto il mondo, contro i 32.737 di McDonald's. Per fare un esempio della rapidita' della sua espansione: in Gran Bretagna, nel 2000 c'erano 25 ristoranti Subway; ora ce ne sono 1.350.

Quindi, cari amici viaggiatori, non vi stupite se, tornando in un quartiere che conoscete a Londra, a Parigi o a Berlino, troverete un Subway al posto di un McDonald's, in futuro.



Mangiare in un ristorante fast food, quando si viaggia, equivale a scegliere il male minore: se uno non ha il coraggio di provare i cibi locali, entra in un fast food e sa che non mangera' bene, il colesterolo schizzera' alle stelle, il ketchup schizzera' sulla maglietta, ma almeno non avra' sorprese. Gia', c'e' chi viaggia e visita posti che non conosce cercando di evitare di conoscere cose nuove... capita anche questo.



Tags: classifiche, globalizzazione, marchi, ristoranti

Datchet, tipica brasserie indiana

Scritto da ViaggiareLeggeri, 04/03/2011 alle 16:50 | 2 commenti  | Permalink
Datchet, Inghilterra. Sto pedalando verso casa dopo una passeggiata a Windsor, un vistoso edificio bianco compare in lontananza. Piu' avanti mi accorgo che e' zebrato, piu' che bianco. Tipica architettura Tudor, come direbbero quelli che hanno letto Architettura Britannico Per Negati. Pare comunque un edificio in stile tipicamente britannico (anzi, inglese, visto che il periodo Tudor e' precedente alla nascita della Gran Bretagna, 1707).

Quando finalmente sono abbastanza vicino da identificarne i dettagli, vedo che il tipico edificio inglese e' una brasserie, cioe' un tipico ristorante francese. Poi, continuando a leggere, vedo che l'insegna proclama orgogliosa che si tratta di una autentica brasserie indiana, e mi tornano in mente quello che diceva ieri Andrew, un mio vicino di casa:
Ci sono cosi' tanti stranieri, ovunque! Ce ne sono cosi' tanti che uno si chiede dove siano andati a finire gli inglesi. Siamo arrivati al punto che, pur di definire qualcuno come "inglese", siamo costretti a considerare gli indiani come inglesi purosangue.

Povero Andrew, che non sopporta e non capisce il mondo che cambia. Mi ricorda quei poveretti che, allo stadio, gridano "Non ci sono italiani negri!". Cosa posso augurar loro ... che si ritrovino con un capo cinese al lavoro, con la figlia fidanzata ad un ragazzo indiano, col figlio piccolo con insegnanti ghanesi e ucraini, un prete polacco in chiesa e un padrone di casa marocchino.
Una tipica brasserie indiana a Datchet, Inghilterra


Tags: foto, Gran Bretagna, Londra e dintorni, razzismo, ristoranti

Noasca: pranzo per due con 25 euro

Scritto da ViaggiareLeggeri, 11/01/2011 alle 15:21 | 0 commenti  | Permalink
Noasca: pranzo per due con 25 euro
Albergo Gran Paradiso, a Noasca (TO), nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. L'ennesima, ennesima conferma che spendere poco non vuol dire mangiar male, e che spendere tanto non vuol dire mangiare bene: abbiamo mangiato bene, in due, spendendo 25 euro.


Tags: alberghi, cartoline, montagna, Piemonte, ristoranti

Mangiare orientale a Staines: Momo Cafe'

Scritto da ViaggiareLeggeri, 09/11/2010 alle 09:58 | 0 commenti  | Permalink
Sono stato a Staines anche oggi, come ogni giorno dal mio arrivo in Inghilterra, giovedi scorso. Nell'isola pedonale ho rivisto i banchi del mercato che avevo notato la settimana scorsa, compreso il macellaio che potrebbe avere del coniglio, in futuro, se il suo fornitore si decidera' ad andare per boschi a caccia. Difficile, trovare un macellaio che venda del coniglio; qualche anno fa, un altro macellaio a Staines aveva strabuzzato gli occhi, di fronte alla stessa richiesta. E non provate a chiedere carne di cavallo: sarebbe come chiedere carne di cane ad un macellaio italiano, probabilmente verreste denunciati.

Oltre il macellaio, dopo l'Elmsleigh Shopping Mall, entro nella filiale della banca Nationwide. Ne esco in pochi minuti dopo aver scoperto che la mia pratica va svolta tramite posta, non in filiale.

Due sterline di autobus sprecate. E fa pure freddino, siamo scesi a sei-sette gradi, con pioggia. Ed ecco che si fa vivo lo stomaco.

E' il momento di mangiare qualcosa.

Passo davanti ad un paio di grossi pub, ma non e' li' che servono il tipo di pasto che cerco oggi. Mi trovo davanti ad un menu' su una porta a vetri. Vetrate anche ai lati della porta, ma non si vede dentro. Il menu' e' un misto di piatti cinesi, singaporiani e giapponesi. Provo a spingere la porta per capire se ci sia davvero un ristorante, dietro, o se questo sia l'ennesimo locale chiuso vittima della crisi economica globale.

La porta si apre, il ristorante c'e', ci sono anche alcuni clienti. Le vetrate sono appannate, e questa satinatura naturale non stona affatto con le decorazioni del locale, delicate ed eleganti. Fiori verde pallido in piccoli bicchieri lungo le vetrate. Tavolini neri. Chopsticks rossi che spiccano nell'ambiente etereo. Un'aria di spontaneita', parecchio diversa da quella che si respira in altri ristoranti orientali, sia in Inghilterra che in Italia.

Ordino un pollo teriyaki con noodles e un te' al crisantemo. Chiedo se hanno il "bubble tea" taiwanese, non c'e'.

Per prima arriva una scodella di minestra, benvenuta visto il freddo. Subito dopo il te', piu' blando di quelli al crisantemo che ho bevuto a Singapore e a Taiwan. Infine, cinque minuti dopo, arriva anche il pollo teriyaki accompagnato da noodles enormi, quasi un centimetro di diametro.

L'interno del locale


La minestra era buona e mi ha scaldato dentro, preparandomi a gustare il pollo. Tutto il pasto - te', minestra, pollo - ha sapori meno intensi di quelli che mi aspettavo, ma non ho ragione di stupirmi: ogni piatto esotico finisce col dover essere adattato ai gusti locali, per evitare di sopraffare le papille gustative del cliente. Come diceva un mio ex collega, "mi piace mangiare cinese, in Inghilterra, ma quando sono stato a Hong Kong ho mangiato solo piatti europei: la cucina cinese era TROPPO cinese per i miei gusti, li'!".

Minestre e teiere fumanti, ecco la causa delle finestre appannate. Il locale e' quasi pieno ora, e' il momento della pausa mensa. Pago otto sterline e venti pence per il mio pasto, un conto un pelino elevato, ma questa e' Staines, non Singapore, dove un pasto cosi' mi sarebbe costato l'equivalente di tre sterline. Nonostante questo, intendo ritornare a mangiare qui.

Il locale si chiama Momo Cafe', e' al numero uno di Clarence Street a Staines, ed e' aperto dal lunedi' al sabato dalle undici alle ventuno.

Tags: cartoline, Gran Bretagna, Londra e dintorni, ristoranti

Ristoranti americani: per il cibo la doggy bag, per il vino il cork-and-carry

Scritto da ViaggiareLeggeri, 10/10/2010 alle 11:19 | 0 commenti  | Permalink
Abbiamo appena scritto dell'usanza statunitense della doggy bag, la borsa in cui il ristoratore impacchetta il cibo avanzato cosi' che il cliente possa consumarlo a casa. Ma che fare col vino? Cosa succede se, al ristorante, ci si accorge che non si riuscira' a finire il vino ordinato, magari pensando alle pattuglie di polizia piazzate lungo la via del ritorno? Anche per questo c'e' una soluzione, almeno negli Stati Uniti. Esistono leggi in proposito che variano di Stato in Stato, ma in generale e' possibile portare a casa una bottiglia di vino mezza piena.

Una premessa: nella maggior parte degli USA e' vietato trasportare bevande alcoliche in contenitori non sigillati, che quindi siano gia' stati aperti: si da' per scontato che una bottiglia non sigillata sia una tentazione ed un invito a bere durante la guida. Una bottiglia di vino aperta e poi richiusa con lo stesso tappo viene considerata "contenitore non sigillato", e viola percio' la legge. Trentaquattro Stati degli USA hanno percio' approvato leggi "cork and carry" ("(ri-)tappa e trasporta") che permettono di trasportare bottiglie ri-tappate in un sacchetto di plastica sigillato.

La procedura di sigillatura e' semplice: il cameriere ri-tappa la bottiglia, la inserisce in un'apposita borsa che viene poi sigillata, e viene allegata la ricevuta. Non e' consentito il trasporto di piu' d'una bottiglia per ciascun cliente. La borsa per il trasporto del vino e' prodotta specificamente per questa funzione ed e' trasparente, usa-e-getta, e a prova di manomissione: se viene aperta non e' piu' sigillabile, e il suo possessore diventa a rischio di multa. Per esperienza personale so che in alcuni ristoranti della Georgia il tappo che viene applicato alla bottiglia e' simile a quelli da spumante, in modo da rendere ancora piu' complicata la vita a chi volesse farsi un cicchettino in auto durante il percorso verso casa: apri la bottiglia, bevi, non riesci a richiuderla, non riesci a risigillare la borsa, la polizia ti ferma, passi la notte in cella. Sistema semplice e giusto.

Come riportato dalla blogger Vanessa O'Connell, consentire ai clienti di portare a casa il vino avanzato ri-sigillato incoraggia un consumo responsabile di alcolici, in quanto i clienti non si sentiranno obbligati a finire a tutti i costi la bottiglia ordinata al ristorante.

Per la stessa ragione, molti ristoratori si aspettano che i clienti ordinino piu' serenamente il loro vino, e magari scelgano bottiglie piu' costose di quelle che avrebbero scelto se non fosse esistito il "cork and carry", nella consapevolezza che una bottiglia iniziata al ristorante potra' essere comunque consumata in seguito, nel comfort della propria casa, magari di fronte al caminetto e con un buon sigaro.

Nota finale: la pratica del ri-sigillamento delle bottiglie di vino pare essere uno dei fattori principali dell'aumento delle vendite di vino nei ristoranti della California.




Nota: quest'articolo e' basato su un mio articolo pubblicato presso chef.affari.to/news/507/Ancora-sulla-doggy-bag-dei-ristoranti-americani-e-il-vino?.

Tags: bere, idee per il settore turistico, ristoranti, Stati Uniti, vino

Abitudini straniere: la "doggy bag" al ristorante

Scritto da ViaggiareLeggeri, 09/10/2010 alle 10:00 | 0 commenti  | Permalink
Una delle cose di cui noto la mancanza, ora che sono di passaggio in Italia, e' la mancanza delle doggy bag.

Negli ristoranti degli Stati Uniti, ordinare cibo in eccesso non porta alle classiche scene tipo "Dai, finisci quel filetto, che e' costato un occhio!". E' da tempo diffusa, infatti, la pratica del "doggy bag", la "borsa per il cane", che in realta' non ha niente a che vedere con i nostri amici a quattro zampe: si tratta della consuetudine di impacchettare il cibo avanzato in contenitori ermetici, in modo che possa essere consumato a casa. Il termine "doggy bag" (oppure "doggie bag") permetteva in origine di fingere che il cibo fosse destinato al cane (e agli altri animali domestici) dei clienti, anziche' ai clienti stessi. Oggigiorno, se un cliente chiede la "doggy bag", viene dato per scontato che il cibo sia per lui o lei, e non per il cane.

L'operazione di impacchettamente - in contenitori di polistirolo - viene eseguita dal personale del ristorante e non comporta sovrapprezzi. Ricordo un ristorante thailandese/cinese di Atlanta nel quale, eccezione alla regola, il ristoratore lasciava ai clienti il compito di preparare la doggy bag. Se volete evitarlo, e' su Buford Highway...

Immagino che gli chef potrebbero considerarla una cattiva idea: il cibo verra' riscaldato e forse, a casa, non sara' buono come quand'era fresco, sul tavolo del ristorante. C'e' poi un'obiezione da dietrologi italiani: "Io gli preparo la doggy bag, e quello poi torna e mi fa causa dicendo che gli ho dato cibo avvelenato". Beh, se negli Stati Uniti, dove ci si fa causa per qualsiasi cosa, sono riusciti a far funzionare il sistema della doggy bag per decenni, pare difficile credere che sia impossibile fare lo stesso qui. Non apprezzo tutte le idee che arrivano dagli USA, ma considerato che il cliente paga per del cibo che potrebbe non riuscire a consumare, mi sembra lecito dare al cliente la possibilita' di consumare tale cibo a casa. ...

Tags: idee per il settore turistico, mangiare, ristoranti, Stati Uniti

Far la spesa e mangiare fuori ad Atlanta, tra tanti sorrisi artificiali

Scritto da ViaggiareLeggeri, 11/06/2010 alle 11:20 | 0 commenti  | Permalink
[Una delle mie prime impressioni sugli Stati Uniti, da appunti del febbraio 2006.)


Siamo ad Atlanta dal trentun gennaio, e ieri sera siamo andati per la prima volta a fare la spesa. Una camminata di 35 minuti, erano gia' quasi le sette e mezza quando siamo arrivati al supermercato Kroger, e abbiamo quindi pensato di cercare un ristorante e cenare, prima di fare acquisti. Ne troviamo uno, entriamo e la cameriera inizia a riempirci di smancerie. Porta il menu, accompagnato da un bicchiere d'acqua e dal pane (wow ... pane! Dopo cinque anni senza, in Inghilterra, ecco un ristorante che lo porta!), e parla parla parla. Oltre all'eccessiva dose di complimenti, c'e' qualcos'altro di strano, in lei, ma non riesco a capire cosa. Ordiniamo, e lei commenta che le nostre scelte sono tutte eccezionali, ottime, ben fatte, tipo "Great choice sir, a really amazing dish, our ravioli with mushrooms!" (quei ravioli erano, per dimensioni, simili ai baccelloni de l'Invasione Degli Ultracorpi ... fortuna che erano solo una decina, altrimenti non sarei riuscito a mangiare il secondo). Ogni volta che passa nei dintorni, chiede se siamo soddisfatti e se stiamo trascorrendo una serata fantastica. Beh, no, non proprio fantastica: sto tornando a temperature normali solo ora, perche' con una temperatura esterna non lontana dallo zero sono uscito con camicia leggera leggera e giacca (la canottiera sarebbe stata tanto utile...) e son stato all'aperto mezz'ora buona, ma non glielo dico.

Tornando a temperature normali s'e' forse svegliato anche il mio spirito d'osservazione, e riesco finalmente a definire cosa c'e' di strano nella cameriera: la bocca. E' a forma di cuore. Sul serio. Sospetto che sia andata in una clinica e si sia fatta iniettare del collagene per deformare le labbra a forma di cuore. Non mi stupirebbe, nei miei primi giorni di lavoro ho gia' visto piu' ragazze siliconate, in ufficio, che nel resto degli ambienti lavorativi in cui sono stato in passato. La chirurgia plastica, qui negli USA, non si fa per diventare piu' belli, ma per avere un 'competitive advantage' nella ricerca di un lavoro e nel suo mantenimento.

Arrivati al secondo avevo la vocina alla Blade Runner che mi diceva "Ecco bocca-di-cuore che si avvicina... devo evitare il contatto visivo, altrimenti verra' qui immediatamente, devo guardare solo il mio piatto, guardare solo in basso, evitare di averla nel mio campo visivo ... NO! TROPPO TARDI! ECCOLA CHE ARRIVA DI NUOVO! "Yes, it's all wonderful, thanks!". Solo al momento di pagare abbiamo capito che il nome del ristorante era "Hugs and kisses", e che percio' e' stata probabilmente un'esperienza estrema, col personale tenuto a comportarsi cosi', e magari con chirurgia estetica pagata dalla direzione del ristorante.

In questi primi giorni ad Atlanta, per fortuna non tutti sono sembrati cosi' falsi (per ordini aziendali, ma pur sempre falsi). Gli autisti dei pullman, per esempio, sono di stampo ben diverso: "Ti avevo detto che la macchinetta non da' il resto... devi mettere ESATTAMENTE i soldi del biglietto, altrimenti sei fottuto". Beh, sembrano eccezioni: quasi ovunque pare che il sorriso faccia parte dell'uniforme e debba essere indossato durante tutto il turno di lavoro. Se non sorridi continuamente i tuoi capi pensano che tu abbia un atteggiamento negativo nei confronti del lavoro/clienti/esistenza, e a quel punto sei da eliminare...

Facciamo la spesa da Kroger. Abbiamo un paio di carrelli pieni, e chiamiamo un taxi per tornare a casa con la nostra spesa. Il tassista arriva dopo oltre mezz'ora ("cinque minuti, e' a cinque minuti dal supermercato", ha detto la centralinista dell'azienda dei taxi quando l'ho chiamata durante la nostra attesa); e' messicano, sul sedile di fianco a lui siede la sua fidanzata, e nel bagagliaio - enorme - ha poco spazio, e' pieno di cose sue e, soprattutto, ci sono casse grandi quanto la Puglia, collegate alla tv piazzata sul cruscotto, su cui sta seguendo il concerto di un Vasco Rossi messicano (coi baffetti, ma somiglia a Vasco). In meno di dieci minuti siamo a casa, con la nostra spesa che riempie il frigo e con il pop del Vasco messicano che ancora ci risuona nelle orecchie.

Tags: Atlanta, ristoranti, taxi, vivere negli USA

Gradisce del pesce martello, sir?

Scritto da ViaggiareLeggeri, 23/08/2009 alle 18:25 | 0 commenti  | Permalink
Pesce martello al ristorante
Pesce martello visto in un ristorante di Pingtung, Kenting, a Taiwan. Ho letto che branzini e aragoste costano un capitale, nei ristoranti italiani. Peccato, perche' sono buoni e altrove non sono cosi' costosi. Nei ristoranti di Atlanta il seabass (branzino) non costa molto, idem qui a Singapore e a Taiwan. In Inghilterra costava appena piu' degli altri tipi di pesce, un paio di anni fa. E per le aragoste... in Italia m'ero fatto l'idea che fossero cibo che si vede una volta nella vita, o poco piu'. Sorpresa... perfettamente abbordabili, i prezzi delle aragoste, sia negli USA che in Inghilterra e, ancora di piu', a Singapore e a Taiwan.

Tornando al pesce martello della foto... mai visto un pesce martello cosi' da vicino. Era lungo circa un metro ed era ovviamente morto ed esposto su un cumulo di ghiaccio in un ristorante sulla strada principale di Pingtung, all'estremita' meridionale di Taiwan. Ho scritto "ovviamente morto", ma in realta' c'e' poco di ovvio, nel prematuro decesso di questo pesce: nei ristoranti taiwanesi, singaporiani e di Hong Kong, pesci e crostacei sono vivi e vengono soppressi a richiesta. E non solo li': mesi fa, ad Atlanta, sono stato in un ristorante della catena "Red Lobster", in cui si va soprattutto per mangiare aragoste e gamberi. Un amico inglese, al momento di scegliere l'aragosta, e' andato come di prammatica di fronte alla vasca in cui sguazzavano - pigramente - i crostacei, e ha ha rifatto il monologo piu' famoso di Robert De Niro in Taxi Driver, rivolto ad un'aragosta che lo fissava.

Lui: Stai guardando me? Stai guardando me? ... Ma guardi me? Ehi chi stai guardando? Guardi me? Eh, Non ci sono che io qui. Di', ma chi credi di guardare tu?
L'aragosta: ...
Lui: Scelgo questa.



Tags: dialoghi, foto, pesci, ristoranti, Taiwan

Ci sono piu' reflex digitali semiprofessionali che zanzare, a Singapore

Scritto da ViaggiareLeggeri, 03/04/2009 alle 23:50 | 0 commenti  | Permalink
Come dicevo in questo articolo sul mangiare hot pot a Singapore, non ero il solo a scattare foto al cibo che avevo nel piatto, nel ristorante in cui ho cenato venerdi' sera, uno dei tanti ristoranti hot pot su Beach Road (che non e' lungo il mare).

Non so in quanti ristoranti, in Italia, possa capitare di incontrare un cliente con reflex e grandangolo gigante che fotografa il cibo che ha nel piatto. Beh, in questo ristorante non c'ero solo io: a due tavoli di distanza avevamo una comitiva di ragazzini, tra cui una minuta teenager (apparente: avra' avuto venticinque anni) con una Nikon D700, e piu' lontano ho notato due ragazzi con una Canon e una Pentax. Tutte reflex digitali, tutte puntate verso il cibo. Perche' ne parlo? Per iniziare, perche' ho letto di ristoratori italiani che hanno educatamente chiesto ai clienti dei loro ristoranti di non fotografare i piatti che venivano loro serviti. Avranno le loro ragioni, quei ristoratori e quei cuochi, ma io preferisco poter fare quel che voglio, col cibo che ho ordinato e che ho pagato, come in questo ristorante hot pot.

L'altra ragione e' legata alla fotografia. Mesi fa, sul blog di Scott Kelby, lessi che l'autore era impressionato dalla quantita' di reflex che aveva notato in mano a giovani donne, a Venezia, durante una sua breve vacanza in Italia. Quell'articolo mi porto' a dedicare piu' attenzione a quelli (e quelle) che, come me, se ne vanno in giro col sole e con la pioggia (e non ci sono altre condizioni meteorologiche, qui a Singpore) con una macchina fotografica in mano e un paio di obiettivi nello zaino. Beh, ce ne sono tanti. Tantissimi. A qualsiasi ora del giorno, e probabilmente della notte, c'e' sempre un gruppo di fotografi, spesso giovani, quasi sempre con macchine Nikon e Canon semiprofessionali, che fotografa un soggetto: che sia una modella (o un'amica) in posa, o un grattacielo, o un lucertolone lungo un metro e mezzo, ci sono sempre fotoamatori in azione. E come dicevo, non e' che spendano poco per l'attrezzatura: a giudicare da quel che vedo per strada e nei negozi fotografici, sembra che la Nikon D300 sia la macchina fotografica digitale piu' diffusa a Singapore.

E non c'e' solo l'attrezzatura, ma anche la passione: ogni volta che parlo di fotografia con qualcuno di qui, si finisce sempre col menzionare Clubsnap.com, il sito che sembra ospitare tutti i fotoamatori e i fotografi professionisti di Singapore.

Altro pensiero sparso su Singapore e fotografia: insieme con le tante fotocamere digitali semiprofessionali, ho notato altre due tendenze, soprattutto tra i piu' giovani: lomografia e medio formato.

Lomografia e' la fotografia lo-fi, in cui cogliere l'attimo, anche se con immagini sgranate, colori ipersaturi, immagini mosse e sfocate, conta piu' che produrre immagini tecnicamente perfette ma poco vive. Il termine deriva dalle macchine fotografiche russe Lomo, poco sofisticate e adattissime a questo tipo di fotografia (come tante altre...).

Ripensandoci, c'e' un'altra cosa che ho notato, riguardo a Singapore e ai suoi fotografi: non credo d'aver ancora visto un fotografo che avesse piu' di venticinque anni, negli undici mesi passati qui. Potrei sbagliarmi, certo: quelli che sembrano venticinquenni potrebbero essere trentacinquenni (ho un collega cinquantenne che non dimostra piu' di trentacinque anni, e alcune colleghe trentenni che sembrano minorenni), come spesso accade con gli "orientali", siano essi cinesi o giapponesi (non so dire dei coreani, non ne conosco di maturi). Ecco le mie ipotesi sui fotografi singaporiani di mezza eta':

1) Non esistono: trattandosi di Singapore, probabilmente ci sara' una legge che li vieta;
2) Sono tutti fotografi professionisti, e passano il loro tempo in studio o in aree cui io non ho accesso;
3) Sono tutti professionisti in Europa o in America (se nemo propheta in patria vale da noi, varra' anche in Asia...);
4) Dopo aver fotografato tutto il possibile in giro per Singapore quando avevano vent'anni, si sono buttati sulla macrofotografia casalinga, e passano il tempo fotografando gechi nei loro appartamenti;
5) Hanno smesso di fotografare quando si sono resi conto che non sarebbero mai riusciti a guadagnarsi da vivere cosi'.

Quale sara' l'ipotesi piu' corretta tra queste cinque?

E, domanda ancora piu' inquietante: che c'entrano le zanzare, visto che le ho menzionate nel titolo di quest'articolo? Poco o niente: erano solo un termine di confronto numerico. In undici mesi qui credo di aver visto o sentito (sulla pelle o con le orecch...

Tags: fotografia, lomografia, mangiare, ristoranti, Singapore

Mangiare cinese: hot pot, steamboat

Scritto da ViaggiareLeggeri, 03/04/2009 alle 17:55 | 0 commenti  | Permalink
In Cina, a Singapore e negli altri Paesi con un alto numero di cittadini d'etnia cinese e' popolare la cucina hot pot o steamboat. Praticamente una fonduta con carne. Al centro della tavola un pentolone, tenuto in ebollizione da una fiamma a gas. Nel calderone c'e' un brodo che puo' essere al peperoncino, quindi molto piccante, o vegetale o al pollo, quindi piu' sopportabile. Pentolone per cucina hot pot, ristorante su Beach Road a Singapore
Si puo' anche avere un pentolone con un divisore verticale, in modo da avere meta' brodo piccante, meta' normale. Nel brodo vengono immersi e cotti a bagnomaria carne, gamberi, frutti di mare, pesce, involtini, funghi, tofu, uova, vegetali a foglia larga... un po' di tutto. Non formaggio ne' olio, pero', e questo rende la fonduta cinese piu' leggera di altre, per esempio di quelle alpine con elevate dosi di formaggio. Della bagna cauda piemontese parleremo un'altra volta...

Lungo Beach Road, a Singapore, ci sono tre ristoranti, quasi di fronte alle Shaw Towers, che sono specializzati nell'hot pot. Uno vicino all'altro, con i tavoli che quasi si mischiano, c'e' sempre coda, di sera. Decine e decine di clienti, pochi occidentali, pochi malay, si mangia tanto e a prezzi ragionevoli: cena a buffet (eat-as-much-as-you-can) per due, con tre birre Tiger da 66cl, per un totale di 35 dollari singaporiani, circa 18 euro. Il calore proveniente dal pentolone, quello del cibo ingoiato, quello del clima, il tutto contribuisce a sudare come in una sauna. Ci credo, che sono magri a Singapore!

E non ero l'unico a fotografare quel che avevo nel piatto... come leggerete nel prossimo articolo del blog.

Tags: Cina, foto, mangiare, ristoranti, Singapore

Cosa ci fa un battello stile Mississippi a Singapore?

Scritto da ViaggiareLeggeri, 09/12/2008 alle 08:45 | 0 commenti  | Permalink
Un battello stile Mississippi a Singapore
Un battello a vapore, di quelli che si vedono in Louisiana sul Mississippi, ancorato a Singapore. A cosa servira'? Ad ospitare un ristorante tex-mex, cos'altro potrebbe fare, in un posto dove mangiare bene e in modo vario e' la prima passione!

Foto scattata a Marina South Pier, il porto da cui ci si imbarca per le isole a sud di Singapore (Kusu Island, St.John's Island, Lazarus Island, Sisters Islands, etc.).

Tags: battelli, foto, ristoranti, Singapore

Cucina italiana e persiana insieme

Scritto da ViaggiareLeggeri, 04/12/2008 alle 14:27 | 0 commenti  | Permalink
Un ristorante italiano e persiano a Singapore
Un paio di anni fa ebbi una discussione con una conoscente italiana, a Londra. Lei voleva andare in "un ristorante cino-giapponese, come quelli che ci sono a Milano", ma eravamo a Londra, dove la scelta in fatto di ristoranti cinesi e ristoranti giapponesi e' piu' ampia, e dove i due tipi di cucina non vengono mescolati spesso nello stesso ristorante. Le spiegai che potevamo mangiare in un ristorante giapponese o in un ristorante cinese. Lei insisteva, e diceva che a Milano ci sono anche i ristoranti cino-nippo-vietnamiti. Le spiegai che un ristorante del genere, per chi conosce le differenze tra quei tre tipi di cucina, avrebbe lo stesso valore di un ristorante italo-franco-greco: sono cucine differenti.

Non sono quindi stato sorpreso di trovare un ristorante italiano e persiano a Singapore. La comunita' italiana a Singapore e' piuttosto esigua, meno di un migliaio di persone, e meno rilevante di comunita' piu' piccole come quella armena e quella ebraica, un ristorante che proponga due tipi di cucine potra' attirare piu' clienti. Non molti clienti italiani o persiani (iraniani), immagino, ma gli altri si', gli stessi che mangerebbero in un ristorante cino-nippo-vietnamita...

Tags: foto, italianità, mangiare, ristoranti, Singapore

Big Chief Diner in Alabama e grandi spazi negli USA

Scritto da ViaggiareLeggeri, 18/09/2008 alle 05:04 | 0 commenti  | Permalink
Insegna del Big Chief Diner a Gadsden, Alabama
Un giro in auto da Atlanta fino in Alabama, per provare una nuova macchina fotografica. Una bella giornata di sole. Il caldo del Sud degli Stati Uniti di fine estate, meno opprimente che nei mesi precedenti. Ecco una foto scattata davanti al Big Chief Diner, un drive-in vicino a Gadsden, in Alabama.
... non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia?
Non lasciamo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via.

Autogrill, Francesco Guccini


Il Big Chief serve tuttora pasti, e non ci abbiamo mangiato male. Pollo fritto e patatine, giusto per entrare appieno nell'Alabama lifestyle.

Negli USA, appena ci si allontana dai grandi centri urbani, soprattutto nel sud e all'ovest, si trovano tanti edifici come questo, lasciati andare in rovina, abitati e non, operanti e a volte abbandonati. Anche citta' allo stato fantasmatico.

Se qualcuno vi dice che ci sono troppi immigrati negli USA, consigliategli di uscire da New York, Los Angeles, Miami: lasciando le coste e andando verso il centro degli Stati Uniti (che, per la cronaca, e' Lebanon, in Kansas), gli spazi a disposizione diventano enormi. La densita' della popolazione in Italia e' di 192 persone per chilometro quadrato. Negli Stati Uniti e' di 33 persone/km². E' una bella differenza, ma non impressionante quanto i dati dei singoli stati degli USA.

Sei stati USA hanno una densita' superiore a quella italiana: Maryland, Connecticut, Massachusetts, Rhode Island, New Jersey e il District of Columbia (praticamente la citta' di Washington, che ha 3.700 abitanti/km²!). Nove stati degli USA (compresa l'Alaska con 2 persone/km²) hanno meno di dieci persone/km². L'Alabama ha una "folla" di 35 persone/km², superiore alla media USA, ma pur sempre meno di un quinto della media italiana.

Se lasciate le coste degli USA per andare nell'entroterra, fate il pieno: carburante, cibo, acqua, schede di memoria per la vostra macchina digitale... dimenticato niente?


Foto scattata nell'ottobre 2006.

Tags: edifici, esplorazione, foto, ristoranti, Stati Uniti

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