Central Camionera, Messico (seconda parte) 

Arrivare, viaggiare .. a volte anche solo partire e' importante.
Area: Messico - Argomenti: Americhe, destinazioni, strade


Real de Catorce 24. 11. 98
Volevamo assaporare lo spirito country della zona, così io, Mirko e Massimiliano ci siamo avventurati in un 'raid' a cavallo per i tristi monti che circondano la poco ridente cittadina di Real de Catorce. In realtà la giornata non era tanto triste, visto che la mattina splendeva un sole malato e cinguettavano i pappagallini storpi nelle gabbiette. A proposito: tra le tante stranezze del posto dove alloggiamo, abbiamo scoperto un allevamento di queste bestiole nel patio, ma molti sono zoppi o deformi. La guida è arrivata con un ritardo indecente, insieme a un cavallo, due ronzini e un ciuco di nome Colorado. Ovviamente il cavallo era per lui, ed ha insistito perché prendessi io Colorado, così siamo partiti, e molto lentamente abbiamo raggiunto "la città fantasma", meta del nostro cammino. Per la verità a me sembrava fantasma anche Real, ma questa era peggio; la guida, vestita in perfetto stile "ranchero" con una camicia da discoteca rossa e blu, ci ha spiegato che quelle erano le abitazioni dei "mineros" fino a 150 anni fa, quando finì l'argento e arrivò la Decadenza. Eravamo nella scenografia di un film western e aspettavamo con impazienza un attacco dei banditi per fare una sparatoria con le pistole che non avevamo, ci avvicinavamo circospetti verso i muri di pietra diroccati, sicuri che lì si nascondessero banditi o indiani assetati di sangue. La gita è continuata tra i monti e la desolazione, le uniche forme di vita presenti a parte le mosche erano degli annoiati serpenti a sonagli che agitavano le code per ricordarci che in fondo la vita è un attimo.

Alla fine della gita, quando i 'cavalli' hanno visto la stalla, si sono gettati in un galoppo ubriaco scaricandoci sulla piazza del paese, dove abbiamo litigato con la guida per il prezzo. Le sue argomentazioni ed il suo machete ci hanno convinto che aveva ragione lui, e ci siamo fatti derubare.

Il grande momento era giunto, eravamo in attesa di un "peyotero" che ci avrebbe accompagnato nel deserto, io ero seduto di fronte alla bettola dove alloggiavamo, con un vecchio sordomuto paralitico. Vedevo Massimiliano che andava su e giù per la via contrattando per il prezzo migliore per il viaggio, Mirko stava in mezzo alla strada e guardava la scena confuso, scaldandosi in uno spicchio di sole giallastro.

A mezzogiorno siamo giunti nel deserto dopo un lungo ed estenuante viaggio su un fuoristrada preistorico, Massimiliano è dovuto salire sul tetto insieme ai bagagli perché dentro non c'era posto. Io guardavo il precipizio dal finestrino e sentivo le antiche ruote gemere per le buche che il guidatore masochista prendeva in velocità, fu allora che la Vergine del Guadalupe mi apparve per la seconda volta. Quando il "peyotero" ha pensato di essere sul punto giusto ha fermato il catorcio in mezzo alla pista e ci siamo messi a vagare spargendoci tra i cespugli rinsecchiti, perché lì sotto si cela il cactus: è tra le radici della pianta "gobernadora" che "Jiculì" trova rifugio. Poi ci ha fatto vedere come si mangiava e noi l'abbiamo fatto, disgustati dal suo sapore avevamo i conati di vomito, ma sapevamo che era la prassi, così infilavamo il "cibo degli dei" direttamente in gola con le dita, visto che da solo non andava proprio giù. Tra le smorfie di disgusto migliori che sapevamo fare pensavamo a quanto è più semplice "calarsi" un' "extasy", moderna espressione occidentale del viaggio facile facile .

Il "peyotero" è andato via lasciandoci distesi in mezzo al nulla sotto un sole rovente, circondati da tutti i nostri bagagli e dal treppiedi che farà da testimone.

Dopo più di un'ora il peyote lento e inesorabile ci è salito, così abbiamo iniziato a vagare per il deserto tra i rovi e le micro-iguane che sorridevano al nostro passaggio. Distanziati di una ventina di metri, ognuno con il suo viaggio personale, strofinavamo i piedi in terra lasciandoci dietro grossi nuvoloni di polvere.

Osservavo gli infiniti buchi di termiti su un ceppo millenario e pensavo alle loro piccole storie minimaliste lì dentro, in quella specie di condominio messo in uno spazio così vasto che loro non potevano nemmeno immaginare. Chissà se ogni tanto si affacciano per vedere il mondo che c'è all'esterno. E pensavo a chi mi vedeva da fuori e pensava se sapevo quanto ero piccolo in quel deserto e se sapevo cosa c'era oltre… Eravamo tre microbi e un treppiedi su una cartina geografica. Poi ho parlato con un somaro legato ad un palo, e gli ho fatto una foto a ricordo di questa bella amicizia; intorno a noi centinaia di peyotes facevano capolino dal terriccio invitandoci ad un altro pasto che io ho rifiutato, dato che il "cibo degli dei" ha un sapore diabolicamente amaro.

Più tardi le ombre lunghe della sera ed un tramonto in Technicolor hanno accompagnato i nostri polverosi passi verso le luci del paese, dopo quattro ore di marcia ci attendeva l'ultimo bus per Matehuala, dove ci siamo lasciati con la promessa di rivederci in Italia per un piatto di spaghetti, che è stato il desiderio comune di tutti in questi giorni.

Verso Xilitla 25. 11. 98
Ieri sera a Matehuala mi sono reso conto che la gente mi guardava in modo strano, dapprima pensavo che fossero un po' stronzi, ma poi, esaminando la mia immagine riflessa in una vetrina ho capito perché: facevo schifo. I miei pantaloni verdi chiazzati di polvere parevano ormai una mimetica sahariana che faceva un figurone con le scarpe e la felpa, imbiancate anch'esse. Gli zaini seguivano lo stesso stile. I capelli ispidi ed il volto provato completavano questa figura di reduce da qualcosa di molto grave. Se si aggiunge che i Messicani sono molto sensibili all'aspetto, avevo decretato la mia condanna all'isolamento.

Per fortuna dopo una doccia ed una lustrata di scarpe sono tornati i sorrisi delle ragazze e la gentilezza nei miei confronti, una colazione alla "central camionera" ha migliorato anche il mio umore prima della partenza.

Realizzo solo ora quanto si mangiava male a Real e a quanto sono comode le strade asfaltate.

Xilitla 26. 11. 98
Sono giunto in quella triste e cadente cittadina con un viaggio di dieci ore durante il quale il paesaggio è cambiato da un deserto con cespugliazzi che rotolavano trasportati dal vento ad un panorama alpino con boschi, prati e abeti, fino a giungere in una zona tipicamente tropicale con giungla, pioggia tiepida e nebbione mattutino. Scrivevo seduto in uno dei soliti bar fetenti, gli unici aperti alle 7,30 di mattina; con il caffè mi arrivavano zaffate di brodo di pollo che stavano cucinando nei banchi del mercato di fronte; insieme alle facce assonnate dei bevitori di birra e l'aria umida, tutto acquistava un aspetto di quotidiana putrefazione. Mi cominciavo a chiedere perché Edward James abbia deciso di costruire proprio lì la sua casa fantastica, meta del mio viaggio. Ho conosciuto sul bus un militare israeliano, Ben, con cui dividevo la camera; era un personaggio assai singolare, inquieto e sospettoso, ma dotato di una grande sensibilità: invece di portarsi una macchina fotografica preferiva registrare i rumori ed i suoni dei luoghi per poi risentirli a casa. Ma non potevo fare a meno di immaginarlo in divisa mimetica che sparava sui bambini Palestinesi da un carro armato… La sera abbiamo deciso di andare a bere una birra nella "cantina" del paese, abbiamo scelto quella che sembrava la più verace, dove speravamo di trovare l'essenza messicana più sincera.

Appena oltrepassato il paravento dietro la porta, ci si è presentato il classico spettacolo da saloon del far-west: la gente seduta ai tavolacci sotto le luci al neon che fino a un momento prima sghignazzava e bestemmiava in allegria si è immediatamente ammutolita, gli sguardi obnubilati dall'alcool si sono lentamente girati per seguire i nostri passi che attraversavano il salone, lenti ma determinati. Le bocche intorno a noi si muovevano silenti componendo il classico "Gringos …" .

Abbiamo dovuto dimostrare che sapevamo bere la 'Corona' con limone e sale e offrire un paio di sigarette perché l'atmosfera bestemmiante e le pacche sulle spalle tornassero.

Alla "Casa Infinita" ho trovato un perfetto cocktail tra tecnologia e la natura più selvaggia; colonne di cemento si fondevano con la giungla, costruzioni floreali emergevano dai cespugli e scale che conducevano al nulla.

Benché il cemento regnasse sovrano, il tutto godeva di una profonda armonia, sembrava che la natura stessa avesse generato quella costruzione fantastica che si piegava plasticamente al volere delle piante. I pavimenti ed i soffitti si bucavano per far svettare gli alberi, le colonne dalle forme più inconsuete si contorcevano per lasciare spazio ai rami. Il cemento armato, incontrastato protagonista della scena nonché materiale simbolo dell'oppressione della modernità sulla natura, qui diventa duttile ed elastico, non ci sono regole economiche o costruttive da seguire, ma solo quelle della fisica e del funzionalismo da trasgredire. Tutto è l'opposto di come siamo abituati a vederlo, le gabbie per gli animali sono senza sbarre e le voliere senza reti, le passerelle portano verso il vuoto e se ogni tanto le colonne sono verticali è solo per un caso.

Edward James, di origine inglese, costruì questa casa a partire dal '45; artista e mecenate di personaggi come Dalì partecipò attivamente alla scena surrealista in Europa per poi trasferirsi qui, dove per un'illuminazione decise di portare avanti questo progetto "anarchico".

Tutto il paese di Xilitla partecipò alla costruzione, sia con le braccia che con le idee, ora qui tutti sentono che "la Casa Infinita" non è l'opera di un solo artista, ma di un'intera comunità. Il folle cantiere de " l'Inglès", ormai fagocitato dalla giungla, rimane un raro esempio di come dare sfogo alla propria fantasia usando materiali moderni e senza far danni, un luogo per menti libere a cui non serve conoscere la funzione delle cose o quello che sarà il progetto finale.

Poza Rica 27. 11. 98
Notte infernale a Poza Rica. Visto che mi dovevo fermare solo a dormire per ripartire la mattina dopo, sono andato in un desolato hotel di fronte alla "central camionera", dove sono arrivato nella notte. Lungo la strada la corriera è stata fermata da uno squadrone di poliziotti antidroga dall'aspetto impressionante, erano una dozzina di Indios vestiti con anfibi e pantaloni militari neri, magliette nere con stemma giallo da cui trasparivano fisici rocciosi, e cappellino da baseball ovviamente nero. Alcuni di questi venivano strattonati da cani neri furiosi, altri ostentavano dei cupi fucili a pompa ed avevano grosse torce dal fascio di luce accecante che usavano puntare in faccia all'interlocutore. Viste le scarse possibilità di trovare della droga nascosta sulle migliaia di pullman che viaggiano in Messico, puntavano sul fatto che un eventuale trafficante, di fronte a quel plotone, scoppi a piangere alla prima domanda.

In albergo mi sono lanciato in camera distrutto, e mi sono accorto subito che era rumorosissima: ero proprio sull'autostrada. La mattina alle 5,30 ho aperto gli occhi con un concerto di motori diesel, la Stazione si stava svegliando e i "camiones" scalpitavano nell'enorme parcheggio. Io, sentito il richiamo, sono subito sceso giù e ne ho preso uno per El Tajin. Era una città tolteca abitata un tempo proprio dai Toltechi, popolo dedito prevalentemente al gioco della palla e al sacrificio (umano). A quanto sembra queste due attività dovevano prendergli molto tempo, visto che su circa venticinque monumenti, diciassette sono campi da gioco e gli altri sono altari sacrificali.

Veracruz 29. 11. 98
Ero finito alla "central camionera" di Veracruz, mezzo sbronzo e con lo zaino che oscillava vertiginosamente e cercava di tirarmi giù. Da come abbiamo concluso i nostri discorsi, quella per me e Sara era stata una bellissima giornata di merda. Sara era una ragazza spagnola conosciuta in banca, ci eravamo organizzati per vedere questi famosi Olmechi.

Ci siamo visti all'alba al bar "Don Camione" per prendere il pullman in direzione Zempoala e la sua area archeologica.

Appena entrati nel sito, subito ci siamo accorti che le rovine si riducevano a pochi piedistalli in rovina di palazzi ormai scomparsi. Dal praticello curato emergevano forme scure e trapezoidali che incutevano sì timore, ma non dicevano nulla della civiltà di una volta. Dopo un paio di panini tristi ci siamo diretti delusi alla stazione, dove ci hanno detto che ci sarebbe stato un autobus dopo un'ora. Per ingannare il tempo ci siamo riforniti di un litro di birra e siamo andati verso una scaletta che discendeva su un panorama che pareva dipinto: fiume e bambini che giocavano sulla riva, prato con una mucca brucante, e un cane che le voleva bene. A volte treni merci di lunghezza infinita sfilavano. Dopo molte chiacchiere, "locure" e birra, quando siamo tornati il pullman era già partito, quindi decidiamo di prendere un'altra birra. Purtroppo perdiamo anche quello successivo e così succede per altre due o tre volte, finché ci ritroviamo ubriachi in una specie di cantina-balera che risucchiava tutti gli alcolizzati del villaggio. Lì, tra la musichetta briosa e il tintinnare delle bottiglie vuote c'erano delle ciccione veramente esagerate che ballavano con le loro trippe grondanti per la gioia dei clienti; quando qualcuno faceva apprezzamenti troppo pesanti o allungava le mani, queste gli davano una culata facendolo cadere dalla sedia. Un messicano di 40 Kg che conteneva più birra che anima, ne ha acchiappata una per le manopole traballanti e si è lasciato andare in quel vortice surreale; noi divertiti e disgustati al tempo stesso, siamo andati a prendere l'autobus, questa volta sul serio, però. Ci siamo lasciati come nel finale dei migliori film di Hollywood, con un complessino di "mariachi" che strimpellava note tristi e la corriera che sbuffava impaziente. Ricordando la meravigliosa giornata "de mierda" trascorsa insieme, ci siamo sentiti in dovere di stringerci e baciarci, poi mi sono imbarcato per Veracruz.

In attesa della corriera per Oaxaca, risentivo delle luci al neon e della voce gracchiante degli altoparlanti che mi causavano un forte mal di testa. Nell' enorme sala d'aspetto mi sfilavano davanti i personaggi e i volti più strani, e l'alcool che contenevo li esasperava ancora di più.

Oaxaca 30. 11. 98
La città era piena di bancarelle e di "gringos", ma mancava di quello spirito festaiolo e godereccio che domina i paesi del Messico. Gli americani giravano per le strade con aria spaesata alla ricerca di non si sa bene cosa, e così pure io. Basti dire che era l'unico posto dove non avevo conosciuto nessuno. Oltre a Cancùn, ovviamente.

Per ingannare il tempo ho visitato due chiese, una bella e una mediocre, ma quello che mi aspettava la mattina dopo a Monte Albàn sarebbe stato sicuramente più entusiasmante.

Oaxaca 1. 12. 98
Ho passato una notte terribile, popolata da incubi "splatter". Mi sono svegliato completamente sudato, sognando che mi trovavo in compagnia di due ragazze che conosco bene ma non riesco ad identificare, insieme andiamo a trovare alcuni loro amici educati e ben vestiti che stavano nella facoltà di medicina, in località non precisata. Dopo un po' le due spariscono e mi lasciano solo con i tre tipi che subito cercano di violentarmi in malo modo. Io, che anche dormendo cerco di mantenere integra la mia verginità non approvai. Decidono allora di legarmi alla lavagna e di sacrificarmi con un bisturi di ossidiana...

La giornata è proseguita a Monte Albàn, il più grande centro religioso zapoteco della regione; Anche lì le antiche pietre trasudavano sangue e interiora, ma allora ero molto più coinvolto del solito, mi sentivo come un tacchino alla vigilia di Natale, e mentre scattavo isolandomi nel mirino della macchina fotografica avvertivo dietro di me oscure presenze. Poi sono andato a visitare il museo antropologico di Oaxaca che ripercorre la storia del Centro America dalla preistoria ai giorni nostri. Quando mi trovavo nella sala dedicata al periodo della conquista intitolata "La sete dell'oro", ero circondato da una scolaresca composta prevalentemente da bambini indios dodicenni. Quando il loro maestro ha iniziato a descrivere le gesta di Cortès per impadronirsi della zona e distruggerne la cultura ho sentito tutti i loro piccoli sguardi alzarsi verso di me, unico rappresentante di quella razza infame a cui, malgrado tutto, continuano a sorridere.

Passando attraverso le sale strapiene di immagini di cristi grondanti sangue e incisioni raffiguranti indiani sottomessi, sono uscito nel grande piazzale assolato, con una grande voglia di vomitare.

In pomeriggio sono andato a Zaachilia, dove secondo un contadino venditore di vere antichità era uno dei siti archeologici migliori di tutto il Messico. Forse le sue conoscenze in materia erano un po' limitate, ma tutto quello che ho trovato è stata una piattaforma di mattoni diroccata, in cima ad una collina impervia. Uscendo sono finito in mezzo a un funerale preceduto da una banda stonata e seguita da un gruppo di cani randagi. Io mi sono accodato per un pezzo di strada.

Si era fatta sera e per distrarmi ho comprato un nastro dei "Molotov", gruppo della nuova scena rock messicana, poi ho conosciuto Pedro, uno spagnolo che mi ha dato qualche "dritta" per distrarsi in questo posto. Sembra che ci sia un po' d'arrosto in mezzo al fumo e alla confusione; domani andiamo a vedere una mostra fotografica di David Byrne (sì, proprio lui), che a quanto sembra ha cambiato mestiere. Poi andremo a Mitla, a ruspare tra i cocci e finalmente avrei levato le tende, anzi lo zaino, da quel posto che nulla mi aveva dato se non un nastro punk-trash. Pedro mi ha anche parlato di Palenque come un posto affascinante, dove tra i mitra e i passamontagna si respira l'essenza india più vera.

Oaxaca 2. 12. 98
Durante il viaggio a Mitla ho potuto conoscere meglio il piccolo Pedro, che malgrado l'aria dimessa si è dimostrato un grande viaggiatore. Ha abbandonato il lavoro per un anno e spera di riuscire a vedere tutto il Sud America. Come lui ho incontrato parecchi altri spiriti nomadi, persone che per necessità o per bisogno interiore non possono stare fermi, rifuggono le comodità e non vogliono sapere dove saranno domani. Anche io cominciavo a sentire quella forza che ci trascinava via, somigliavamo più a dannati che a esploratori, e avevamo soddisfazione solo guardando i chilometri percorsi sulla cartina geografica. Ho conosciuto addirittura tre pazzerelloni di Torino che si erano licenziati per venire in Messico in cerca di fortuna con la liquidazione: "Tanto in Italia con 20 milioni non ci fai un cazzo !", mi hanno detto. Un Belga conosciuto in un bar viaggiava da tre anni lavorando qua e là; si era fatto la Transiberiana, la Cina, l'India, la Thailandia, aveva raccolto patate in Australia e stava risalendo le Americhe, quando guadagnava abbastanza per permettersi un biglietto partiva. Gente così ti fa sentire un pivello.

Cardenas 4. 12. 98
La notte ho avuto un altro incubo, pensavo di essere in Italia, mi sono svegliato ma non avevo il coraggio di aprire gli occhi, poi la mia mano ha tastato qua e là per trovare qualche oggetto che mi potesse dare l'idea di dove ero. Ho incontrato prima il rozzo tavolaccio su cui dormivo, poi la lacera tendina del bagno, ed infine le paffute fattezze dello zaino. Ero salvo, ero ancora al "Joanita" uno dei più luridi hotel mai provati finora, e forse l'unico di questo paesino squallido, ma allora lo sentivo accogliente come un nido.

Ero sull'autobus diretto a S. Cristobal, nel Chapas, e la situazione non sembrava tesa, se non fosse che al confine i militari erano più seri del solito, e che altri soldati armati fino ai denti ci hanno scortato con due camion, mentre passavamo in mezzo alla giungla più fitta.

Guardavo la strada che veniva fagocitata dalla vegetazione e mi rendevo conto che le caratteristiche morfologiche, la flora della zona, nonché la popolazione, ne facevano il luogo ideale per un agguato. A tratti facevano capolino dal fogliame gruppi di capanne con tetti di paglia o lamiera, bambini cenciosi giocavano con i copertoni. Gli unici automezzi incrociati in cento chilometri furono tre autoblindo carichi di soldati dall'occhio vigile. Dopo dodici ore di corriera su per le curvose strade di montagna sono giunto alla meta, stremato e con le budella annodate. Mi sono subito ripreso alla vista della cittadina deliziosa, l'albergo era vivacemente colorato, la proprietaria gentile e l'erba buona. La differenza dei tratti somatici e dell'incazzatura negli Indios di qui si nota parecchio, i volti sorridenti sono rari, non tristi come ad Oaxaca o Jalapa, ma carichi di un'aggressività più profonda maturata nei millenni. Il fenomeno zapatista, almeno in città, era piuttosto commercializzato, si riduceva alle magliette dell'EZLN o ai pupazzetti impassamontagnati sulle bancarelle... La mia ricerca nell'underground della musica centroamericana procede, ho comprato una cassetta dei "Control Machete".

S. Cristobal 5. 12. 98
Ieri sera in un bar ho conosciuto un gigante punk tedesco che veniva dal Guatemala, dove aveva fatto un corso di spagnolo. Quando è stato a Guatemala City, mi raccontava, la situazione era assai pericolosa, con gente armata a difesa di quasi tutti i negozi, gente armata senza negozio, e personaggi col machete che guardavano famelici i turisti.

Poi mi ha detto che a S.Cristobal la situazione è calma solo in apparenza, quattro giorni prima sui monti lì intorno avevano sgozzato e ucciso quattro turisti per una rapina. Ovviamente di questo i giornali non hanno dato notizia. Dopo questa bella chiacchierata, ho deciso di andare a dormire perché la mattina mi ero svegliato prima dell'alba. Le strade erano semi deserte, c'era solo qualche banchetto che stavano smontando, e dei curiosi tipi con il volto coperto da sciarpe o passamontagna che stazionavano qua e là vicino agli incroci. Dapprima ho pensato che fossero i famosi guerriglieri delle montagne, ma subito il pensiero è diventato ridicolo pensando che ero al centro della città alle 9,30 di sera; ho creduto allora che fossero così abbigliati per il freddo pungente, poi mi sono reso conto che questi avevano preso il posto delle numerose guardie diurne oramai sparite. Mentre camminavo e i miei ridicoli dubbi sembravano sempre più drammatiche certezze, uno di questi tipi, molto gentilmente mi ha chiesto se avevo smarrito la via o se mi serviva qualcosa, io per non abusare della sua cortesia ho detto di no e sono fuggito nell'oscurità verso il rassicurante lumino del mio hotel.

La mattina ho girato per il mercato tra i bellissimi bambini che vendono carabattole e i "gringos" che vagano con aria felice ed inconsapevole di quello che gli succede intorno. Sembravano sempre alla ricerca di qualche Indio che gli confessasse di essere un guerrigliero, per fare amicizia e parlar male del governo messicano; mentre è chiaro che noi rappresentiamo la causa della loro situazione di sottosviluppo e sfruttamento, e non hanno alcuna voglia di fare amicizia con noi. Soprattutto gli Italiani, credono che qui sia l'equivalente di una delle guerricciole nostrane tra occupanti di un centro sociale e la polizia, senza rendersi conto che quotidianamente i militari entrano nei villaggi e compiono azioni ignobili, e gli Indios per rappresaglia fanno sparire chiunque esca dalle zone protette.

Quello di cui si sente più la mancanza qui sono i sorrisi spontanei che ho incontrato quasi sempre in Messico, si incrociano invece sguardi pieni di orgoglio razziale che ti fanno sentire un ospite inopportuno e tollerato.


PICCOLE CONSIDERAZIONI SUI VERI PERICOLI DEL VIVERE IN MESSICO

Girare per le strade qui può essere un problema per chi, come me, è abbastanza distratto o non ha una vista perfetta; nei marciapiedi di tutte le strade, anche nei corsi principali e nei mercati si aprono improvvisamente voragini profonde 30- 40 cm. e a volte più, sufficienti a far spaccare le gambe al malcapitato. Altre piccole trappole micidiali sono i paletti di ferro con spigoli sapientemente acuminati che sporgono dai tetti dei banchi nei mercati ad altezza fronte, questi sono spesso accompagnati da infide lamiere, che grazie al loro spessore si rendono invisibili ma letali. Poi ci sono le fastidiose cordicelle delle tende dei mercatini, che a centinaia invadono lo spazio aereo, sapientemente sistemate in punti strategici.

Questi e molti altri, secondo me vanno interpretati come uno dei tanti segnali di quella concezione tutta messicana dell'esistenza, secondo la quale oggi ci sei, domani chissà… (godiamoci la vita).

O forse è solo un modo di rompere la monotonia e rendere ogni semplice passeggiata un'avventura, dalla quale nessuno sa come tornerà indietro.


Flores (Guatemala) 10. 12. 98
Erano passati cinque giorni dall'ultima volta che avevo messo mano al mio diario, assenza giustificata, perché sono stati giorni di esperienze travolgenti.

Sono stato a fare una gita a cavallo sulle montagne intorno S.Cristobal, una gita molto bella, ma non rilassante. Eravamo io, una coppia di giovani olandesi ed un cow-boy di 55 anni. Questo ci ha condotti, o per meglio dire scortati, tra i meravigliosi pini dalla chioma scintillante di cui non ricordo il nome, ma ne ho preso uno piccolo piccolo con la sua zolletta di terra per piantarlo in Italia. I cavalli (o quello che erano) si trascinavano affaticati per le salite, lasciandosi andare in scomposte cavalcate lungo i pendii dove l'olandese lanciava urletti country; quando ho visto il bovaro che si guardava continuamente attorno preoccupato gli ho chiesto se c'era pericolo, lui mi ha tranquillizzato con un sorriso tirato dicendo di no, "E il machete che porti appeso alla cintola a che cosa serve?" ho chiesto io, lui ha risposto che non si sa mai. Quando siamo tornati indenni abbiamo notato tutti sulla faccia della guida un'aria di distensione finale.

Sono partito da S. Cristobal per giungere a Palenque dopo sei ore, dal momento in cui è calato il buio non abbiamo incrociato una sola automobile privata per tutta la strada, solo militari o camion per trasporto merci.

A Palenque ci attendeva un posto di blocco militare, io ho pensato ad uno dei soliti ridicoli controlli antidroga in cui i poliziotti salgono a bordo con aria truce, e con le lampade illuminano rapidamente i portabagagli sulle teste dei passeggeri, sperando che qualche trafficante abbia dimenticato lì un paio di sacchi di cocaina in bella vista. Invece era una specie di controllo immigrazione all'interno del Chapas, gli sbirri hanno trovato un paio di persone non in regola e se li sono caricati soddisfatti.

A Palenque sembra che non ci sia l'abitudine di cambiare le lenzuola negli hotel, dopo averne visti quattro ho optato per l'unico che le aveva pulite, però era molto squallido, con delle porte a vetri color salmone rancido che davano su un patio dalla caratteristica architettura carceraria. Dopo una visita alle rovine e uno spettacolare cannone in cima ad una piramide insieme a due Messicani, verso sera ho deciso di tornare a piedi per i sei chilometri di strada che mi separavano dall'albergo. C'era un'atmosfera unica, a sinistra la campagna pianeggiante con mucche al pascolo e tramonto infuocato, a destra colline sprofondate sotto la giungla vergine in cui vivevano animali dai versi più curiosi, che mi facevano fantasticare sul loro aspetto. Ispirato e commosso nel profondo ho deciso allora di farmi un "joint"; me lo stavo spippettando spensierato quando improvvisamente, da dietro una curva, si è stagliato all'orizzonte uno dei più bei culi del Centro America. L'ho raggiunto, e attorno a questo c'era una ragazza di 22 anni di nome Alifie. "Hola!" ci siamo detti, e visto che la strada era ancora lunga abbiamo socializzato un po'. Mora, piccolina ed entusiasta, lavorava come artigiana, e vendeva i suoi manufatti alle bancarelle del sito archeologico. Mentre parlavamo di buddismo e di grandi verità lungo la strada, questa si faceva sempre più buia e le auto ci sfrecciavano sempre più vicino, finché siamo arrivati vivi a Palenque. Lì cortesemente mi ha guidato fino all'hotel che non riuscivo a trovare, poi di fronte al portone con l'insegna scrostata, le ho chiesto se mi voleva accompagnare in camera per fumarne un altro.

Le messicane mi piacciono perché se qualcosa o qualcuno gli gusta non fanno complimenti; come è andata a finire quella sera si può immaginare, non so nemmeno se abbiamo fumato come ci eravamo proposti di fare, ricordo solo le nostre urla che rimbombavano nel patio attraverso la porta a vetri salmonata. Lei ha sfoderato tutta la sua impetuosità india e io mi sono fatto volentieri aggredire; non pensavo che una ragazza così timida e minuta potesse fare cose che andassero così oltre le mie fantasie più sfrenate. Pensavo che stavo camminando tranquillo per la campagna sicuro che la mia serata si sarebbe conclusa con un panino, una birra e a letto presto… Poteva succedere di tutto, com'era lontana l'Italia e le sue noiose sicurezze… Alifie mi ha chiesto se ci saremmo rivisti il giorno dopo, io in teoria non ero costretto a partire subito e la prospettiva (anzi: la sua retrospettiva) mi allettava; ma dopo averci pensato un po' le ho detto di no, nuove esperienze mi aspettavano oltre confine, e l'idea di fermarmi in quel brutto posto solo per scopare rendeva tutto molto squallido. Ci siamo salutati confusi, ed io, la mattina dopo, salivo assonnato su un enorme fuoristrada Chrisler, diretto in Guatemala.

Ero in compagnia dei viaggiatori estremi, volti provati, anfibi sporchi di fango e sguardo all'orizzonte. Guidava la jeep un piccolo Messicano che attraverso quella frontiera doveva aver portato di tutto. Lungo la strada che veniva inghiottita dalla giungla sempre più fitta raccoglievamo gruppetti di gente, tra cui una signora tedesca sulla cinquantina con zaino, scarponi e passo militare. La strada terminava su un fiume al confine guatemalteco, ci hanno scaricato nel fango del piazzale dove sarebbe arrivata presto una piroga che ci avrebbe trasportato per i 15 chilometri dove la strada non esisteva. Lì è arrivato un altro gruppo di viaggiatori, tra i quali ne spiccava una dagli occhi azzurri incantevoli; mi hanno lanciato un rapido sguardo e mi sono trovato mezzo inebetito, con i piedi nel pantano e il mio ormai ridicolo carico di bagagli che mi sommergeva. Corrispondeva al mio ideale mai incontrato di bellezza femminile della mia adolescenza, una bellezza che ormai avevo smesso di cercare in quanto ideale e riservata al mondo dei sogni. Invece, per una volta era lì veramente, proprio lei, con i suoi occhi vispi, il nasino alla francese (anche se lei era Inglese), un passato da fotomodella e la patina di polvere e di vissuto che l'avventura ti lascia addosso.

Che ci faceva un essere così incantevole tra la giungla e le paludi? Sicuramente quello era il posto dove meno mi sarei aspettato di vedere realizzato il mio sogno irrealizzabile.

Dopo un patetico controllo alla dogana fluviale dove un militare mezzo ubriaco ha quasi buttato in acqua tutti i passaporti, siamo sfrecciati via sul fiume verso l'appuntamento con un tragico bus di seconda classe guatemalteco. Malgrado la folgorazione, durante l'attesa sono riuscito a mantenere una conversazione brillante (o almeno credo) con la fata, non so nemmeno cosa le ho detto, e mi sono ritrovato seduto su un vecchio scuolabus americano dotato di sospensioni per il fuoristrada e musica "ranchera". Ero seduto vicino a uno dei due militari armati che scortavano la corriera stracarica di contadini, bambini poveri e noi sei turisti.

Il soldato teneva il mitra tra le gambe, con il calcio appoggiato in terra e la canna che ogni tanto mi ritrovavo puntata sotto il mento. Non che avessi paura, ma visto il terreno molto accidentato e l'arma ormai datata, l'idea del mio cervello sfrittellato sul soffitto mi terrorizzava. Gliel'ho gentilmente fatto notare spostandoglielo col dito indice e lui, sorridendo noncurante, è tornato a sonnecchiare. Il viaggio è proseguito per due ore e mezzo, su una strada con delle buche che ci facevano saltare trenta centimetri sulle panche di legno ed il mio dito che teneva a bada il mitragliatore. Ogni tanto il mio sguardo incontrava quello di Jo (la fata anglosassone) e ci scambiavamo un sorriso rassegnato per la situazione: lei sedeva con un grappolo di bambini dispettosi addosso, io con chiara espressione di disagio, stavo ormai con il capoccione del soldato dormiente appoggiato sulla spalla e il dito sempre vigile.


Finalmente siamo arrivati a Flores, un paesino splendido situato su un'isoletta nel lago di Peten-Itzà; appena scesi dal bus siamo stati presi d'assalto dalla solita folla di procacciatori d'albergo, dove alla fine ci hanno trasportato. Qui avevano solo camere doppie, e visto che io e Jo eravamo gli unici "single" del gruppo, senza neanche chiedercelo e come se fossimo già d'accordo, ne abbiamo presa una insieme. Io ero angosciato dall'idea di svegliarmi improvvisamente da quel sogno, ma poi mi sono ricordato che sono parecchi anni che non ne faccio, quindi o si sarebbe presto trasformato in un incubo, o era realtà.

Abbiamo fatto una cena abbastanza formale dove ho mangiato anch'io noncurante spaghetti al ketchup; eravamo in un ristorantino che sporgeva sull'acqua, e guardandoci intensamente negli occhi costruivo di me un immagine che credo l'abbia colpita, perché presto eravamo sul muretto a baciarci. Anche se questa non era proprio la situazione in cui la lingua si usa per parlare, ho avuto un "flashback" ed ho visualizzato mia madre quando mi diceva che conoscere le lingue mi avrebbe aperto un'infinità di prospettive nella vita, e a suon di scappellotti mi costringeva sui libri d'inglese... Ci siamo confessati che non ci era mai successo nulla di simile prima, io ho mentito, in quanto mi era capitato appena il giorno passato, ma ancora non credevo del tutto a quella specie di trama di filmetto erotico da cui uscivo per infilarmi in quella di una pellicola avventuroso-sentimentale. Aspettavo da un momento all'altro che spegnessero i riflettori, sfilassero via i fondali con dipinto il lago, e che Jo si alzasse per andare nel suo camerino senza salutarmi. Così non fu, siamo corsi nel letto dove mi sono dovuto riappropriare del ruolo di maschio latino alle prese con una pollastra nordica.

Il giorno dopo ci siamo svegliati alle 3,30 per vedere l'alba alle famose piramidi di Tikal, distanti 60 chilometri. Eravamo a fare colazione alla capanna di fronte alle rovine quando si è scatenato un violento temporale che ci ha tenuti inchiodati lì; eravamo io, Jo e una specie di dio greco biondo accompagnato da una stanga indiana alta più di un metro e ottanta, meravigliosamente bella. Dopo venti minuti che eravamo lì arenati e massacrati dalle zanzare, è giunto un trio di guide, che siccome non potevano lavorare, hanno portato un enorme Xilofono con su scritto: "La voz de la selva" e disegnato un pappagallo, e hanno cominciato a suonare un allegro ritmo tropicale.

Il caffè fumante, l'atmosfera esotica, la capanna circondata dalla giungla e dalle piramidi, mi hanno portato questa volta dentro le immagini in bianco e nero dei film anni '30, in cui esploratori in divisa coloniale siedono nei locali parlando delle loro ultime scoperte al ritmo del mambo. Poco dopo la pioggia è diminuita, il dio greco e la stanga sono usciti nella nebbia, e noi dietro. Umida e frettolosa fu la gita, completamente zuppi abbiamo visto i monumenti scivolando e ridendo sulle gradinate delle piramidi invase dal muschio, dove io ho rischiato di autosacrificarmi più volte; quello che volevamo al più presto, senza dircelo, era il letto dove ci saremmo rotolati sonnolenti poco dopo.

Lei è partita la mattina dopo all'alba (abbandoni, fucilazioni, visite della Guardia di Finanza... le cose più tragiche avvengono sempre a quest'ora), mi ha lasciato seduto sul letto con un espressione stupida e felice, con le mani che cercano di afferrare il nulla. Guardavo in giro per trovare le prove della sua reale esistenza, e mi rimaneva solo un'impronta dalla sua parte del letto. Mancavano appena cinque giorni al ritorno, scrivevo seduto in un bar sul lago e bevevo caffè nero con la testa confusa, le zanzare mi pungevano ed io non reagivo.

Un villaggio vicino Flores 12. 12. 98
Dopo una giornata passata chiuso in albergo insieme ad un Guatemalteco e le sue polverine, ho deciso all'improvviso di andare in un villaggio vicino Flores, non ricordo nemmeno come si chiamava, ma mi dovevo allontanare da quella stanza oramai troppo vuota. Sono partito dalla stazione di S. Elena, polverosa, immersa nel fango e con i bigliettai che nullafacenti e annoiati, scacciavano le mosche. Un vecchio scuolabus americano stava per partire, anch'esso scassato, fangoso e stracolmo di gente che ad oltranza continuava ad entrare sotto enormi sacchi, scatoloni legati con lo spago e altre merci che presto invasero una buona parte dell'autobus. Io conquistai un posto a sedere vicino un piccolo contadino, ma presto giunse una cicciona che ci ha spiaccicato entrambi nell'angolo con il fare deciso degli ippopotami. I bambini piangevano e le madri urlavano, i ragazzi scherzavano stanchi di una giornata di lavoro e tutta la confusione era fomentata da numerosi venditori ambulanti che andavano continuamente su e giù per il corridoio intasato carichi di gelati, giocattoli, caramelle, cibi misteriosi e l'immancabile Coca-Cola. Quando il giovane all'entrata ha mollato la corda che teneva legata rozzamente la porta l'autista ha alzato il volume dello stereo, il motore ha urlato gioioso e siamo partiti schizzando fango in una nuvola di fumo nero.

All'altro lato del lago mi aspettavano le sagome dei bambini che si asciugavano sulla riva, una calma piatta e il ronzio delle cicale avvolgevano tutto. Il cavallo e la mucca brucavano fraterni sul prato, e la corriera rombava nostalgica sulla statale.

Il solito villaggio vicino Flores 13. 12. 98
Ieri passeggiavo al buio per la strada che costeggia il lago, le rare luci dei bar mi indicavano la via trasudando ritmi caraibici; di fronte a questi si trattenevano gli abitanti del paesucolo di capanne, c'era chi beveva e chi giocava a scacchi seduto in mezzo alla strada nella semioscurità; in un terreno qualcuno (il parroco?) aveva organizzato un cinema da campo in cui si proiettavano gratis pellicole sbiadite anni '60, volte a glorificare le gesta di ricchi e illustri personaggi della chiesa.

Quando sono tornato a dormire nella mia capanna, i proprietari già avevano chiuso il cancello ed erano a letto alle 9,30, li ho fatti alzare e mi sono scusato per aver fatto le ore piccole.

La mattina mi ha svegliato la luce che filtrava attraverso le pareti di canne, e il canto del gallo, il ragliare del somaro, le urla delle scimmie e di tutte le altre fiere della giungla circostante che aprivano gli occhi e le bocche tutte insieme alle sei. Mi sono lavato nella tinozza in giardino per poi incamminarmi verso il biotopo (riserva naturale) del Cahui.

Il nebbione tiepido iniziava ad allontanarsi e le anatre sguazzavano vicino ai miei piedi. Il cielo grigio ed i paletti che spuntavano dal lago completavano questo quadretto romantico ed esotico dove vedevo la mia sagoma passeggiare. L'escursione nella giungla vergine è stata niente di eccezionale, sei chilometri di vegetazione fittissima, un paio di belvedere e la presenza di numerose varietà di serpenti velenosi ed un tipo di tarantola grande come un maritozzo. Tutti questi mimetici esserini erano chiusi sotto spirito in grandi barattoli messi in bella mostra all'ingresso come monito. Ho conosciuto lungo la via il timido ma gioviale cane del custode, mi ha trotterellato dietro per tutto il percorso, poi attratto dai miei biscotti, mi ha seguito sulla piattaforma in cima al lungo pontile galleggiante, dove lui mangiò ed io fumai.

Ero al "Gringo perdido", un bar con atmosfera coloniale sulla riva del lago, sagome di barche a remi scivolavano controluce all'orizzonte, e una piccola zattera sciabordava ancorata e solitaria, i due mesi passati qui mi sembravano due anni, ripensavo a quando ero arrivato a Cancùn per la prima volta e mi vedevo parecchio più giovane. Non mi preoccupavo più tanto dei ricoveri disagiati o sporchi in cui mi ritrovavo costretto a volte a dormire, ma dove mi svegliavo comunque felice e pieno di energia, mi facevo la barba con la saponetta e mangiavo mais bollito per la strada, tra i Guatemaltechi e la musica tropicale.

Ho lasciato il villaggio vicino Flores dopo aver comperato una grande maschera di un guerriero indio inferocito. Dovevo raggiungere S.Elena, e mi trovavo all'incrocio sulla statale in mezzo al nulla come una madonna pellegrina. Dopo un po' è arrivato un ingegnere surfista proveniente dal Sudafrica, era alla ricerca di un paese con l'onda giusta per andarci a vivere.

A quanto dicevano i rari passanti, una corriera sarebbe passata forse dopo due ore, intanto io mi sono fatto amico una specie di istruttore di ginnastica di un gruppo di giovanissimi soldati, stavano tornando da un esercitazione per salire su due camion col cassone aperto e senza sedili. L'istruttore, molto gentilmente ma guardandoci schifato per il nostro abbigliamento, ci ha offerto un passaggio per S.Elena. Mentre eravamo aggrappati alle travi di ferro, il tipo ci ha ripensato, e ci ha fatto scendere in mezzo alla campagna, a nove chilometri dalla cittadina. Io e l'ingegnere surfista abbiamo cominciato allora a camminare fumacchiando e facendo considerazioni sulle insicurezze della vita e delle informazioni. Ogni tanto il nostro dito si alzava poco convinto, cercando di fermare le macchine che correvano accanto. Dopo alcuni chilometri un grosso pick-up ha inchiodato nel polverone, noi gli siamo corsi incontro scoordinati e con il mascherone in mano, solo quando la nube si è dissolta ci siamo resi conto che era la polizia. Subito abbiamo previsto dei guai, invece ci hanno invitato a salire sul cassone insieme ad un generatore elettrico, scaricandoci poco dopo a destinazione.

Playa del Carmen 14. 12. 98
Ho deciso di tornare nello Yucatàn, dove avrei fatto un immersione in un "cenote". Questi, migliaia (milioni ?) di anni fa erano delle enormi caverne naturali, poi quando il livello del mare si alzò, vennero immerse quasi completamente, creando un particolarissimo e unico ambiente in cui si trovano le caratteristiche geologiche delle grotte, ma riempite da due livelli di acque, in alto fredda e dolce, in basso calda e salata. I "cenotes" furono ampiamente utilizzati dai Maya come riserva d'acqua e come deposito di ossa e frattaglie sacrificali.

Durante il tragitto sono passato per il Belize, ex colonia britannica di cui ha conservato parecchi caratteri, come le tipiche casette a schiera colorate con tinte pastello ed il giardinetto con auto lustra parcheggiata. Solo che le case sono quasi sempre cadenti, i giardini pieni di cespugli incolti e ci sono parcheggiati dei vecchi catorci americani al posto delle "Rolls" tirate a lucido. La popolazione è prevalentemente di origine africana, ci sono svariati "rasta" con bicicletta e 'dreadlocks', signore ciccione e variopinte girano con aria serena e si respira parecchio l'atmosfera anglosassone, priva però della nebbia e della tristezza tipica di quelle latitudini.

Playa del Carmen è un luogo turistico stile Cancùn, anche se non così mostruosamente esagerato; si va su e giù per il corso affollato di coppiette gringhe, si beve una birra, si guardano le vetrine dai prezzi ignobili, si beve un'altra birra e si va a letto.

Vago per i viali chiassosi con aria fessa, da quando Jo è partita non mi sento molto presente. Malgrado avesse le cosce fredde, avevo ancora stampate in mente le nostre sagome nella nebbia a Tikal.

Playa del Carmen 15. 12. 98
La mattina mi sono svegliato alle cinque, dopo un caffè velenoso e un tozzo di pane camuffato da cornetto, sono andato in spiaggia a passeggiare solitario e meditabondo. In lontananza c'era una figura di nero vestita a gambe incrociate, rimirando il mare. Mentre mi avvicinavo la figura mi sorrideva, ma io continuavo a camminare rufo e per i fatti miei, pensando che assomigliava un po' a Sara. Più mi avvicinavo e più mi sorrideva e più somigliava a Sara, finche' ho focalizzato bene e ho detto :"Sara !". Era proprio lei, dopo i saluti ed i rituali abbiamo sorbito insieme un altro veleno, e ci siamo dati appuntamento per il pomeriggio a Puerto Morelos, perché io stavo per andare a fare l'immersione nel "cenote".

Eravamo io, uno Svedese antipatico (finora tutti gli Svedesi e i Danesi incontrati qui lo erano) e l'istruttrice cicciotta; siamo saliti tutti su un fuoristrada Dodge carico di bombole e con un caprone cromato attaccato sul cofano. Percorso un tratto di giungla, siamo arrivati alla pozza che era l'apertura da dove saremmo entrati nelle viscere della terra, giù per trenta metri. Per un attimo mi è passato per la mente che poteva essere la mia tomba, visto che il medico subacqueo mi aveva sconsigliato di andare oltre i cinque metri di profondità, per le conseguenze di un incidente. Come ipotesi per finire il mio viaggio e i miei giorni non mi dispiaceva, quindi mi sono fatto scattare un'ultima foto, mi sono caricato le bombole e mi sono gettato nell'oscurità.

Appena accese luci si è illuminato un panorama da inferno dantesco sommerso, tetri anfratti, stalattiti e addirittura stalagmiti che si ergevano da sotto e da sopra. Ce ne erano di ogni grandezza e noi ci passavamo in mezzo sospesi nel nulla, solo i piccoli fasci di luce delle lampade a cui eravamo appesi ci davano l'idea dello spazio e della nostra esistenza. Le radici degli alberi scendevano fin lì per arrivare all'acqua.

Siamo scesi giù per un profondo budello che diventava sempre più stretto e claustrofobico, ai nostri lati si aprivano mille diramazioni, abitate da chissà quali mostri dell'oscurità, pronti a tirare fuori i loro tentacoloni all'ora di pranzo. Invece, da lì siamo riusciti in un altro pozzo con un raggio di luce che entrava direttamente da una cavità nella volta, e creava un piccolo paradiso dopo il lungo inferno.

Puerto Morelos 16. 12. 98
Era giunto infine il drammatico giorno della partenza, per ingannare il tempo che mi separava dal distacco con il suolo messicano sono andato al villaggio dove lavorava Cristina, per salutare alcune persone conosciute. Ho ritrovato Claudia che era un po' più realizzata, perché accompagnava i gruppi nelle gite. Si era fidanzata con uno degli animatori, e deciso di aprire un bar sulla spiaggia. Le facce dei clienti, benché fossero cambiati tutti, erano sempre le stesse, giovani coppie infelici, alla ricerca di qualcosa compresa nel pacchetto turistico che li avrebbe fatti evadere dal loro grigiore grazie ai soldi sborsati.

Terminati i convenevoli, ho salutato anche il coccodrillo del guardiano e mi sono diretto verso l'autostrada per prendere il pullman; siccome c'era il sole e sarebbero stati per me gli ultimi raggi per quattro mesi, ho deciso di fare la strada a piedi e mi sono tolto la camicia puntando verso il grande cartello della Marlboro che mi indicava la meta. Giunto lì sotto ho cominciato a sperare che mi capitasse qualcosa per farmi perdere l'aereo, intanto mi guardavo intorno, e dall'altra parte della strada, affondato nella vegetazione incolta, c'era una specie di bar con due squallidissimi manichini ai lati dell'entrata. Forse restituiti dal mare, uno era vestito di una camicia lacera, le parti intime che non aveva erano lasciate alle intemperie. L'altro, una figura femminile con acconciatura moderna, sembrava pensare ai bei tempi di gioventù, quando sfilava immobile nelle vetrine, vestita dei capi più preziosi; ora aveva un costume sportivo con una spallina caduta, una collana di perle di plastica le adornava il collo insieme ad un cappio che la teneva fissa su un palo. Una scarpa con tacco a spillo era calzata su uno dei piedi infangati. Sopra questi personaggi l'insegna 'El Zafarrancho' lampeggiava. Un fetore nauseabondo mi ha fatto girare verso la carogna di un cane sul ciglio della strada, un gruppo di avvoltoi gli girava sopra in ampie spire, proiettando le loro ombre lente e cupe sull'asfalto.

Prendevo le ultime briciole di quel Messico, come un goloso che raschia il fondo del barattolo della Nutella, volevo ricordarlo anche così: scritto su un quaderno ormai unto e sgualcito, pieno di fogli presi dove capitava. Tovagliette dei ristoranti con su appuntati i ricordi di un luogo vissuto su strade piene di buche, corriere puzzolenti e scassate, "central camioneras", incroci nel deserto, orizzonti sconfinati, lunghissime attese e cose insicure, madonne variopinte e musica "ranchera", orgoglio razziale e miseria serena.

[Fine]

Data: 16/05/2005


L'autore

© pipponordovest@supereva.it , http://www.geocities.com/pipponordovest. Se qualcuno volesse contattarmi, fosse interessato a pubblicarli o volesse spedire soldi, punti millemiglia, buoni benzina o generi di prima necessità, scrivetemi a pipponordovest@supereva.it

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