Central Camionera, Messico (seconda parte)
Arrivare, viaggiare .. a volte anche solo partire e' importante.Area:
Messico - Argomenti:
Americhe, destinazioni, strade
Real de Catorce 24. 11. 98
Volevamo assaporare lo spirito country della zona, così io, Mirko e
Massimiliano ci siamo avventurati in un 'raid' a cavallo per i tristi
monti che circondano la poco ridente cittadina di Real de Catorce. In
realtà la giornata non era tanto triste, visto che la mattina splendeva un
sole malato e cinguettavano i pappagallini storpi nelle gabbiette. A
proposito: tra le tante stranezze del posto dove alloggiamo, abbiamo
scoperto un allevamento di queste bestiole nel patio, ma molti sono zoppi
o deformi. La guida è arrivata con un ritardo indecente, insieme a un
cavallo, due ronzini e un ciuco di nome Colorado. Ovviamente il cavallo
era per lui, ed ha insistito perché prendessi io Colorado, così siamo
partiti, e molto lentamente abbiamo raggiunto "la città fantasma", meta
del nostro cammino. Per la verità a me sembrava fantasma anche Real, ma
questa era peggio; la guida, vestita in perfetto stile "ranchero" con una
camicia da discoteca rossa e blu, ci ha spiegato che quelle erano le
abitazioni dei "mineros" fino a 150 anni fa, quando finì l'argento e
arrivò la Decadenza. Eravamo nella scenografia di un film western e
aspettavamo con impazienza un attacco dei banditi per fare una sparatoria
con le pistole che non avevamo, ci avvicinavamo circospetti verso i muri
di pietra diroccati, sicuri che lì si nascondessero banditi o indiani
assetati di sangue. La gita è continuata tra i monti e la desolazione, le
uniche forme di vita presenti a parte le mosche erano degli annoiati
serpenti a sonagli che agitavano le code per ricordarci che in fondo la
vita è un attimo.
Alla fine della gita, quando i 'cavalli' hanno visto la stalla, si sono
gettati in un galoppo ubriaco scaricandoci sulla piazza del paese, dove
abbiamo litigato con la guida per il prezzo. Le sue argomentazioni ed il
suo machete ci hanno convinto che aveva ragione lui, e ci siamo fatti
derubare.
Il grande momento era giunto, eravamo in attesa di un "peyotero" che ci
avrebbe accompagnato nel deserto, io ero seduto di fronte alla bettola
dove alloggiavamo, con un vecchio sordomuto paralitico. Vedevo
Massimiliano che andava su e giù per la via contrattando per il prezzo
migliore per il viaggio, Mirko stava in mezzo alla strada e guardava la
scena confuso, scaldandosi in uno spicchio di sole giallastro.
A mezzogiorno siamo giunti nel deserto dopo un lungo ed estenuante viaggio
su un fuoristrada preistorico, Massimiliano è dovuto salire sul tetto
insieme ai bagagli perché dentro non c'era posto. Io guardavo il
precipizio dal finestrino e sentivo le antiche ruote gemere per le buche
che il guidatore masochista prendeva in velocità, fu allora che la Vergine
del Guadalupe mi apparve per la seconda volta. Quando il "peyotero" ha
pensato di essere sul punto giusto ha fermato il catorcio in mezzo alla
pista e ci siamo messi a vagare spargendoci tra i cespugli rinsecchiti,
perché lì sotto si cela il cactus: è tra le radici della pianta
"gobernadora" che "Jiculì" trova rifugio. Poi ci ha fatto vedere come si
mangiava e noi l'abbiamo fatto, disgustati dal suo sapore avevamo i conati
di vomito, ma sapevamo che era la prassi, così infilavamo il "cibo degli
dei" direttamente in gola con le dita, visto che da solo non andava
proprio giù. Tra le smorfie di disgusto migliori che sapevamo fare
pensavamo a quanto è più semplice "calarsi" un' "extasy", moderna
espressione occidentale del viaggio facile facile .
Il "peyotero" è andato via lasciandoci distesi in mezzo al
nulla sotto un sole rovente, circondati da tutti i nostri bagagli e dal
treppiedi che farà da testimone.
Dopo più di un'ora il peyote lento e inesorabile ci è salito, così abbiamo
iniziato a vagare per il deserto tra i rovi e le micro-iguane che
sorridevano al nostro passaggio. Distanziati di una ventina di metri,
ognuno con il suo viaggio personale, strofinavamo i piedi in terra
lasciandoci dietro grossi nuvoloni di polvere.
Osservavo gli infiniti buchi di termiti su un ceppo millenario e pensavo
alle loro piccole storie minimaliste lì dentro, in quella specie di
condominio messo in uno spazio così vasto che loro non potevano nemmeno
immaginare. Chissà se ogni tanto si affacciano per vedere il mondo che c'è
all'esterno. E pensavo a chi mi vedeva da fuori e pensava se sapevo quanto
ero piccolo in quel deserto e se sapevo cosa c'era oltre… Eravamo tre
microbi e un treppiedi su una cartina geografica. Poi ho parlato con un
somaro legato ad un palo, e gli ho fatto una foto a ricordo di questa
bella amicizia; intorno a noi centinaia di peyotes facevano capolino dal
terriccio invitandoci ad un altro pasto che io ho rifiutato, dato che il
"cibo degli dei" ha un sapore diabolicamente amaro.
Più tardi le ombre lunghe della sera ed un tramonto in Technicolor hanno
accompagnato i nostri polverosi passi verso le luci del paese, dopo
quattro ore di marcia ci attendeva l'ultimo bus per Matehuala, dove ci
siamo lasciati con la promessa di rivederci in Italia per un piatto di
spaghetti, che è stato il desiderio comune di tutti in questi giorni.
Verso Xilitla 25. 11. 98
Ieri sera a Matehuala mi sono reso conto che la gente mi guardava in modo
strano, dapprima pensavo che fossero un po' stronzi, ma poi, esaminando la
mia immagine riflessa in una vetrina ho capito perché: facevo schifo. I
miei pantaloni verdi chiazzati di polvere parevano ormai una mimetica
sahariana che faceva un figurone con le scarpe e la felpa, imbiancate
anch'esse. Gli zaini seguivano lo stesso stile. I capelli ispidi ed il
volto provato completavano questa figura di reduce da qualcosa di molto
grave. Se si aggiunge che i Messicani sono molto sensibili all'aspetto,
avevo decretato la mia condanna all'isolamento.
Per fortuna dopo una doccia ed una lustrata di scarpe sono tornati i
sorrisi delle ragazze e la gentilezza nei miei confronti, una colazione
alla "central camionera" ha migliorato anche il mio umore prima della
partenza.
Realizzo solo ora quanto si mangiava male a Real e a quanto sono comode le
strade asfaltate.
Xilitla 26. 11. 98
Sono giunto in quella triste e cadente cittadina con un viaggio di dieci
ore durante il quale il paesaggio è cambiato da un deserto con
cespugliazzi che rotolavano trasportati dal vento ad un panorama alpino
con boschi, prati e abeti, fino a giungere in una zona tipicamente
tropicale con giungla, pioggia tiepida e nebbione mattutino. Scrivevo
seduto in uno dei soliti bar fetenti, gli unici aperti alle 7,30 di
mattina; con il caffè mi arrivavano zaffate di brodo di pollo che stavano
cucinando nei banchi del mercato di fronte; insieme alle facce assonnate
dei bevitori di birra e l'aria umida, tutto acquistava un aspetto di
quotidiana putrefazione. Mi cominciavo a chiedere perché Edward James
abbia deciso di costruire proprio lì la sua casa fantastica, meta del mio
viaggio. Ho conosciuto sul bus un militare israeliano, Ben, con cui
dividevo la camera; era un personaggio assai singolare, inquieto e
sospettoso, ma dotato di una grande sensibilità: invece di portarsi una
macchina fotografica preferiva registrare i rumori ed i suoni dei luoghi
per poi risentirli a casa. Ma non potevo fare a meno di immaginarlo in
divisa mimetica che sparava sui bambini Palestinesi da un carro armato… La
sera abbiamo deciso di andare a bere una birra nella "cantina" del paese,
abbiamo scelto quella che sembrava la più verace, dove speravamo di
trovare l'essenza messicana più sincera.
Appena oltrepassato il paravento dietro la porta, ci si è presentato il
classico spettacolo da saloon del far-west: la gente seduta ai tavolacci
sotto le luci al neon che fino a un momento prima sghignazzava e
bestemmiava in allegria si è immediatamente ammutolita, gli sguardi
obnubilati dall'alcool si sono lentamente girati per seguire i nostri
passi che attraversavano il salone, lenti ma determinati. Le bocche
intorno a noi si muovevano silenti componendo il classico "Gringos …" .
Abbiamo dovuto dimostrare che sapevamo bere la 'Corona' con limone e sale
e offrire un paio di sigarette perché l'atmosfera bestemmiante e le pacche
sulle spalle tornassero.
Alla "Casa Infinita" ho trovato un perfetto cocktail tra tecnologia e la
natura più selvaggia; colonne di cemento si fondevano con la giungla,
costruzioni floreali emergevano dai cespugli e scale che conducevano al
nulla.
Benché il cemento regnasse sovrano, il tutto godeva di una profonda
armonia, sembrava che la natura stessa avesse generato quella costruzione
fantastica che si piegava plasticamente al volere delle piante. I
pavimenti ed i soffitti si bucavano per far svettare gli alberi, le
colonne dalle forme più inconsuete si contorcevano per lasciare spazio ai
rami. Il cemento armato, incontrastato protagonista della scena nonché
materiale simbolo dell'oppressione della modernità sulla natura, qui
diventa duttile ed elastico, non ci sono regole economiche o costruttive
da seguire, ma solo quelle della fisica e del funzionalismo da
trasgredire. Tutto è l'opposto di come siamo abituati a vederlo, le gabbie
per gli animali sono senza sbarre e le voliere senza reti, le passerelle
portano verso il vuoto e se ogni tanto le colonne sono verticali è solo
per un caso.
Edward James, di origine inglese, costruì questa casa a partire dal '45;
artista e mecenate di personaggi come Dalì partecipò attivamente alla
scena surrealista in Europa per poi trasferirsi qui, dove per
un'illuminazione decise di portare avanti questo progetto "anarchico".
Tutto il paese di Xilitla partecipò alla costruzione, sia con le braccia
che con le idee, ora qui tutti sentono che "la Casa Infinita" non è
l'opera di un solo artista, ma di un'intera comunità. Il folle cantiere de
" l'Inglès", ormai fagocitato dalla giungla, rimane un raro esempio di come
dare sfogo alla propria fantasia usando materiali moderni e senza far
danni, un luogo per menti libere a cui non serve conoscere la funzione
delle cose o quello che sarà il progetto finale.
Poza Rica 27. 11. 98
Notte infernale a Poza Rica. Visto che mi dovevo fermare solo a dormire
per ripartire la mattina dopo, sono andato in un desolato hotel di fronte
alla "central camionera", dove sono arrivato nella notte. Lungo la strada
la corriera è stata fermata da uno squadrone di poliziotti antidroga
dall'aspetto impressionante, erano una dozzina di Indios vestiti con
anfibi e pantaloni militari neri, magliette nere con stemma giallo da cui
trasparivano fisici rocciosi, e cappellino da baseball ovviamente nero.
Alcuni di questi venivano strattonati da cani neri furiosi, altri
ostentavano dei cupi fucili a pompa ed avevano grosse torce dal fascio di
luce accecante che usavano puntare in faccia all'interlocutore. Viste le
scarse possibilità di trovare della droga nascosta sulle migliaia di
pullman che viaggiano in Messico, puntavano sul fatto che un eventuale
trafficante, di fronte a quel plotone, scoppi a piangere alla prima
domanda.
In albergo mi sono lanciato in camera distrutto, e mi sono accorto subito
che era rumorosissima: ero proprio sull'autostrada. La mattina alle 5,30
ho aperto gli occhi con un concerto di motori diesel, la Stazione si stava
svegliando e i "camiones" scalpitavano nell'enorme parcheggio. Io, sentito
il richiamo, sono subito sceso giù e ne ho preso uno per El Tajin. Era una
città tolteca abitata un tempo proprio dai Toltechi, popolo dedito
prevalentemente al gioco della palla e al sacrificio (umano). A quanto
sembra queste due attività dovevano prendergli molto tempo, visto che su
circa venticinque monumenti, diciassette sono campi da gioco e gli altri
sono altari sacrificali.
Veracruz 29. 11. 98
Ero finito alla "central camionera" di Veracruz, mezzo sbronzo e con lo
zaino che oscillava vertiginosamente e cercava di tirarmi giù. Da come
abbiamo concluso i nostri discorsi, quella per me e Sara era stata una
bellissima giornata di merda. Sara era una ragazza spagnola conosciuta in
banca, ci eravamo organizzati per vedere questi famosi Olmechi.
Ci siamo visti all'alba al bar "Don Camione" per prendere il pullman in
direzione Zempoala e la sua area archeologica.
Appena entrati nel sito, subito ci siamo accorti che le rovine si
riducevano a pochi piedistalli in rovina di palazzi ormai scomparsi. Dal
praticello curato emergevano forme scure e trapezoidali che incutevano sì
timore, ma non dicevano nulla della civiltà di una volta. Dopo un paio di
panini tristi ci siamo diretti delusi alla stazione, dove ci hanno detto
che ci sarebbe stato un autobus dopo un'ora. Per ingannare il tempo ci
siamo riforniti di un litro di birra e siamo andati verso una scaletta che
discendeva su un panorama che pareva dipinto: fiume e bambini che giocavano
sulla riva, prato con una mucca brucante, e un cane che le voleva bene. A
volte treni merci di lunghezza infinita sfilavano. Dopo molte chiacchiere,
"locure" e birra, quando siamo tornati il pullman era già partito, quindi
decidiamo di prendere un'altra birra. Purtroppo perdiamo anche quello
successivo e così succede per altre due o tre volte, finché ci ritroviamo
ubriachi in una specie di cantina-balera che risucchiava tutti gli
alcolizzati del villaggio. Lì, tra la musichetta briosa e il tintinnare
delle bottiglie vuote c'erano delle ciccione veramente esagerate che
ballavano con le loro trippe grondanti per la gioia dei clienti; quando
qualcuno faceva apprezzamenti troppo pesanti o allungava le mani, queste
gli davano una culata facendolo cadere dalla sedia. Un messicano di 40 Kg
che conteneva più birra che anima, ne ha acchiappata una per le manopole
traballanti e si è lasciato andare in quel vortice surreale; noi divertiti
e disgustati al tempo stesso, siamo andati a prendere l'autobus, questa
volta sul serio, però. Ci siamo lasciati come nel finale dei migliori film
di Hollywood, con un complessino di "mariachi" che strimpellava note tristi
e la corriera che sbuffava impaziente. Ricordando la meravigliosa giornata
"de mierda" trascorsa insieme, ci siamo sentiti in dovere di stringerci e
baciarci, poi mi sono imbarcato per Veracruz.
In attesa della corriera per Oaxaca, risentivo delle luci al neon e della
voce gracchiante degli altoparlanti che mi causavano un forte mal di
testa. Nell' enorme sala d'aspetto mi sfilavano davanti i personaggi e i
volti più strani, e l'alcool che contenevo li esasperava ancora di più.
Oaxaca 30. 11. 98
La città era piena di bancarelle e di "gringos", ma mancava di quello
spirito festaiolo e godereccio che domina i paesi del Messico. Gli
americani giravano per le strade con aria spaesata alla ricerca di non si
sa bene cosa, e così pure io. Basti dire che era l'unico posto dove non
avevo conosciuto nessuno. Oltre a Cancùn, ovviamente.
Per ingannare il tempo ho visitato due chiese, una bella e una mediocre,
ma quello che mi aspettava la mattina dopo a Monte Albàn sarebbe stato
sicuramente più entusiasmante.
Oaxaca 1. 12. 98
Ho passato una notte terribile, popolata da incubi "splatter". Mi sono
svegliato completamente sudato, sognando che mi trovavo in compagnia di
due ragazze che conosco bene ma non riesco ad identificare, insieme
andiamo a trovare alcuni loro amici educati e ben vestiti che stavano
nella facoltà di medicina, in località non precisata. Dopo un po' le due
spariscono e mi lasciano solo con i tre tipi che subito cercano di
violentarmi in malo modo. Io, che anche dormendo cerco di mantenere
integra la mia verginità non approvai. Decidono allora di legarmi alla
lavagna e di sacrificarmi con un bisturi di ossidiana...
La giornata è proseguita a Monte Albàn, il più grande centro religioso
zapoteco della regione; Anche lì le antiche pietre trasudavano sangue e
interiora, ma allora ero molto più coinvolto del solito, mi sentivo come
un tacchino alla vigilia di Natale, e mentre scattavo isolandomi nel
mirino della macchina fotografica avvertivo dietro di me oscure presenze.
Poi sono andato a visitare il museo antropologico di Oaxaca che ripercorre
la storia del Centro America dalla preistoria ai giorni nostri. Quando mi
trovavo nella sala dedicata al periodo della conquista intitolata "La sete
dell'oro", ero circondato da una scolaresca composta prevalentemente da
bambini indios dodicenni. Quando il loro maestro ha iniziato a descrivere
le gesta di Cortès per impadronirsi della zona e distruggerne la cultura
ho sentito tutti i loro piccoli sguardi alzarsi verso di me, unico
rappresentante di quella razza infame a cui, malgrado tutto, continuano a
sorridere.
Passando attraverso le sale strapiene di immagini di cristi grondanti
sangue e incisioni raffiguranti indiani sottomessi, sono uscito nel grande
piazzale assolato, con una grande voglia di vomitare.
In pomeriggio sono andato a Zaachilia, dove secondo un contadino venditore
di vere antichità era uno dei siti archeologici migliori di tutto il
Messico. Forse le sue conoscenze in materia erano un po' limitate, ma
tutto quello che ho trovato è stata una piattaforma di mattoni diroccata,
in cima ad una collina impervia. Uscendo sono finito in mezzo a un
funerale preceduto da una banda stonata e seguita da un gruppo di cani
randagi. Io mi sono accodato per un pezzo di strada.
Si era fatta sera e per distrarmi ho comprato un nastro dei "Molotov",
gruppo della nuova scena rock messicana, poi ho conosciuto Pedro, uno
spagnolo che mi ha dato qualche "dritta" per distrarsi in questo posto.
Sembra che ci sia un po' d'arrosto in mezzo al fumo e alla confusione;
domani andiamo a vedere una mostra fotografica di David Byrne (sì, proprio
lui), che a quanto sembra ha cambiato mestiere. Poi andremo a Mitla, a
ruspare tra i cocci e finalmente avrei levato le tende, anzi lo zaino, da
quel posto che nulla mi aveva dato se non un nastro punk-trash. Pedro mi
ha anche parlato di Palenque come un posto affascinante, dove tra i mitra
e i passamontagna si respira l'essenza india più vera.
Oaxaca 2. 12. 98
Durante il viaggio a Mitla ho potuto conoscere meglio il piccolo Pedro,
che malgrado l'aria dimessa si è dimostrato un grande viaggiatore. Ha
abbandonato il lavoro per un anno e spera di riuscire a vedere tutto il
Sud America. Come lui ho incontrato parecchi altri spiriti nomadi, persone
che per necessità o per bisogno interiore non possono stare fermi,
rifuggono le comodità e non vogliono sapere dove saranno domani. Anche io
cominciavo a sentire quella forza che ci trascinava via, somigliavamo più
a dannati che a esploratori, e avevamo soddisfazione solo guardando i
chilometri percorsi sulla cartina geografica. Ho conosciuto addirittura
tre pazzerelloni di Torino che si erano licenziati per venire in Messico
in cerca di fortuna con la liquidazione: "Tanto in Italia con 20 milioni
non ci fai un cazzo !", mi hanno detto. Un Belga conosciuto in un bar
viaggiava da tre anni lavorando qua e là; si era fatto la Transiberiana,
la Cina, l'India, la Thailandia, aveva raccolto patate in Australia e
stava risalendo le Americhe, quando guadagnava abbastanza per permettersi
un biglietto partiva. Gente così ti fa sentire un pivello.
Cardenas 4. 12. 98
La notte ho avuto un altro incubo, pensavo di essere in Italia, mi sono
svegliato ma non avevo il coraggio di aprire gli occhi, poi la mia mano ha
tastato qua e là per trovare qualche oggetto che mi potesse dare l'idea di
dove ero. Ho incontrato prima il rozzo tavolaccio su cui dormivo, poi la
lacera tendina del bagno, ed infine le paffute fattezze dello zaino. Ero
salvo, ero ancora al "Joanita" uno dei più luridi hotel mai provati
finora, e forse l'unico di questo paesino squallido, ma allora lo sentivo
accogliente come un nido.
Ero sull'autobus diretto a S. Cristobal, nel Chapas, e la situazione non
sembrava tesa, se non fosse che al confine i militari erano più seri del
solito, e che altri soldati armati fino ai denti ci hanno scortato con due
camion, mentre passavamo in mezzo alla giungla più fitta.
Guardavo la strada che veniva fagocitata dalla vegetazione e mi rendevo
conto che le caratteristiche morfologiche, la flora della zona, nonché la
popolazione, ne facevano il luogo ideale per un agguato. A tratti facevano
capolino dal fogliame gruppi di capanne con tetti di paglia o lamiera,
bambini cenciosi giocavano con i copertoni. Gli unici automezzi incrociati
in cento chilometri furono tre autoblindo carichi di soldati dall'occhio
vigile. Dopo dodici ore di corriera su per le curvose strade di montagna
sono giunto alla meta, stremato e con le budella annodate. Mi sono subito
ripreso alla vista della cittadina deliziosa, l'albergo era vivacemente
colorato, la proprietaria gentile e l'erba buona. La differenza dei tratti
somatici e dell'incazzatura negli Indios di qui si nota parecchio, i volti
sorridenti sono rari, non tristi come ad Oaxaca o Jalapa, ma carichi di
un'aggressività più profonda maturata nei millenni. Il fenomeno zapatista,
almeno in città, era piuttosto commercializzato, si riduceva alle magliette
dell'EZLN o ai pupazzetti impassamontagnati sulle bancarelle... La mia
ricerca nell'underground della musica centroamericana procede, ho comprato
una cassetta dei "Control Machete".
S. Cristobal 5. 12. 98
Ieri sera in un bar ho conosciuto un gigante punk tedesco che veniva dal
Guatemala, dove aveva fatto un corso di spagnolo. Quando è stato a
Guatemala City, mi raccontava, la situazione era assai pericolosa, con
gente armata a difesa di quasi tutti i negozi, gente armata senza negozio,
e personaggi col machete che guardavano famelici i turisti.
Poi mi ha detto che a S.Cristobal la situazione è calma solo in apparenza,
quattro giorni prima sui monti lì intorno avevano sgozzato e ucciso quattro
turisti per una rapina. Ovviamente di questo i giornali non hanno dato
notizia. Dopo questa bella chiacchierata, ho deciso di andare a dormire
perché la mattina mi ero svegliato prima dell'alba. Le strade erano semi
deserte, c'era solo qualche banchetto che stavano smontando, e dei curiosi
tipi con il volto coperto da sciarpe o passamontagna che stazionavano qua e
là vicino agli incroci. Dapprima ho pensato che fossero i famosi
guerriglieri delle montagne, ma subito il pensiero è diventato ridicolo
pensando che ero al centro della città alle 9,30 di sera; ho creduto
allora che fossero così abbigliati per il freddo pungente, poi mi sono
reso conto che questi avevano preso il posto delle numerose guardie diurne
oramai sparite. Mentre camminavo e i miei ridicoli dubbi sembravano sempre
più drammatiche certezze, uno di questi tipi, molto gentilmente mi ha
chiesto se avevo smarrito la via o se mi serviva qualcosa, io per non
abusare della sua cortesia ho detto di no e sono fuggito nell'oscurità
verso il rassicurante lumino del mio hotel.
La mattina ho girato per il mercato tra i bellissimi bambini che vendono
carabattole e i "gringos" che vagano con aria felice ed inconsapevole di
quello che gli succede intorno. Sembravano sempre alla ricerca di qualche
Indio che gli confessasse di essere un guerrigliero, per fare amicizia e
parlar male del governo messicano; mentre è chiaro che noi rappresentiamo
la causa della loro situazione di sottosviluppo e sfruttamento, e non
hanno alcuna voglia di fare amicizia con noi. Soprattutto gli Italiani,
credono che qui sia l'equivalente di una delle guerricciole nostrane tra
occupanti di un centro sociale e la polizia, senza rendersi conto che
quotidianamente i militari entrano nei villaggi e compiono azioni
ignobili, e gli Indios per rappresaglia fanno sparire chiunque esca dalle
zone protette.
Quello di cui si sente più la mancanza qui sono i sorrisi spontanei che ho
incontrato quasi sempre in Messico, si incrociano invece sguardi pieni di
orgoglio razziale che ti fanno sentire un ospite inopportuno e
tollerato.
PICCOLE CONSIDERAZIONI SUI VERI PERICOLI DEL VIVERE IN MESSICO
Girare per le strade qui può essere un problema per chi, come me, è
abbastanza distratto o non ha una vista perfetta; nei marciapiedi di tutte
le strade, anche nei corsi principali e nei mercati si aprono
improvvisamente voragini profonde 30- 40 cm. e a volte più, sufficienti a
far spaccare le gambe al malcapitato. Altre piccole trappole micidiali
sono i paletti di ferro con spigoli sapientemente acuminati che sporgono
dai tetti dei banchi nei mercati ad altezza fronte, questi sono spesso
accompagnati da infide lamiere, che grazie al loro spessore si rendono
invisibili ma letali. Poi ci sono le fastidiose cordicelle delle tende dei
mercatini, che a centinaia invadono lo spazio aereo, sapientemente
sistemate in punti strategici.
Questi e molti altri, secondo me vanno interpretati come uno dei tanti
segnali di quella concezione tutta messicana dell'esistenza, secondo la
quale oggi ci sei, domani chissà… (godiamoci la vita).
O forse è solo un modo di rompere la monotonia e rendere ogni semplice
passeggiata un'avventura, dalla quale nessuno sa come tornerà indietro.
Flores (Guatemala) 10. 12. 98
Erano passati cinque giorni dall'ultima volta che avevo messo mano al mio
diario, assenza giustificata, perché sono stati giorni di esperienze
travolgenti.
Sono stato a fare una gita a cavallo sulle montagne intorno S.Cristobal,
una gita molto bella, ma non rilassante. Eravamo io, una coppia di giovani
olandesi ed un cow-boy di 55 anni. Questo ci ha condotti, o per meglio dire
scortati, tra i meravigliosi pini dalla chioma scintillante di cui non
ricordo il nome, ma ne ho preso uno piccolo piccolo con la sua zolletta di
terra per piantarlo in Italia. I cavalli (o quello che erano) si
trascinavano affaticati per le salite, lasciandosi andare in scomposte
cavalcate lungo i pendii dove l'olandese lanciava urletti country; quando
ho visto il bovaro che si guardava continuamente attorno preoccupato gli
ho chiesto se c'era pericolo, lui mi ha tranquillizzato con un sorriso
tirato dicendo di no, "E il machete che porti appeso alla cintola a che
cosa serve?" ho chiesto io, lui ha risposto che non si sa mai. Quando
siamo tornati indenni abbiamo notato tutti sulla faccia della guida
un'aria di distensione finale.
Sono partito da S. Cristobal per giungere a Palenque dopo sei ore, dal
momento in cui è calato il buio non abbiamo incrociato una sola automobile
privata per tutta la strada, solo militari o camion per trasporto merci.
A Palenque ci attendeva un posto di blocco militare, io ho pensato ad uno
dei soliti ridicoli controlli antidroga in cui i poliziotti salgono a
bordo con aria truce, e con le lampade illuminano rapidamente i
portabagagli sulle teste dei passeggeri, sperando che qualche trafficante
abbia dimenticato lì un paio di sacchi di cocaina in bella vista. Invece
era una specie di controllo immigrazione all'interno del Chapas, gli
sbirri hanno trovato un paio di persone non in regola e se li sono
caricati soddisfatti.
A Palenque sembra che non ci sia l'abitudine di cambiare le lenzuola negli
hotel, dopo averne visti quattro ho optato per l'unico che le aveva pulite,
però era molto squallido, con delle porte a vetri color salmone rancido che
davano su un patio dalla caratteristica architettura carceraria. Dopo una
visita alle rovine e uno spettacolare cannone in cima ad una piramide
insieme a due Messicani, verso sera ho deciso di tornare a piedi per i sei
chilometri di strada che mi separavano dall'albergo. C'era un'atmosfera
unica, a sinistra la campagna pianeggiante con mucche al pascolo e
tramonto infuocato, a destra colline sprofondate sotto la giungla vergine
in cui vivevano animali dai versi più curiosi, che mi facevano
fantasticare sul loro aspetto. Ispirato e commosso nel profondo ho deciso
allora di farmi un "joint"; me lo stavo spippettando spensierato quando
improvvisamente, da dietro una curva, si è stagliato all'orizzonte uno dei
più bei culi del Centro America. L'ho raggiunto, e attorno a questo c'era
una ragazza di 22 anni di nome Alifie. "Hola!" ci siamo detti, e visto che
la strada era ancora lunga abbiamo socializzato un po'. Mora, piccolina ed
entusiasta, lavorava come artigiana, e vendeva i suoi manufatti alle
bancarelle del sito archeologico. Mentre parlavamo di buddismo e di grandi
verità lungo la strada, questa si faceva sempre più buia e le auto ci
sfrecciavano sempre più vicino, finché siamo arrivati vivi a Palenque. Lì
cortesemente mi ha guidato fino all'hotel che non riuscivo a trovare, poi
di fronte al portone con l'insegna scrostata, le ho chiesto se mi voleva
accompagnare in camera per fumarne un altro.
Le messicane mi piacciono perché se qualcosa o qualcuno gli gusta non
fanno complimenti; come è andata a finire quella sera si può immaginare,
non so nemmeno se abbiamo fumato come ci eravamo proposti di fare, ricordo
solo le nostre urla che rimbombavano nel patio attraverso la porta a vetri
salmonata. Lei ha sfoderato tutta la sua impetuosità india e io mi sono
fatto volentieri aggredire; non pensavo che una ragazza così timida e
minuta potesse fare cose che andassero così oltre le mie fantasie più
sfrenate. Pensavo che stavo camminando tranquillo per la campagna sicuro
che la mia serata si sarebbe conclusa con un panino, una birra e a letto
presto… Poteva succedere di tutto, com'era lontana l'Italia e le sue
noiose sicurezze… Alifie mi ha chiesto se ci saremmo rivisti il giorno
dopo, io in teoria non ero costretto a partire subito e la prospettiva
(anzi: la sua retrospettiva) mi allettava; ma dopo averci pensato un po'
le ho detto di no, nuove esperienze mi aspettavano oltre confine, e l'idea
di fermarmi in quel brutto posto solo per scopare rendeva tutto molto
squallido. Ci siamo salutati confusi, ed io, la mattina dopo, salivo
assonnato su un enorme fuoristrada Chrisler, diretto in Guatemala.
Ero in compagnia dei viaggiatori estremi, volti provati, anfibi sporchi di
fango e sguardo all'orizzonte. Guidava la jeep un piccolo Messicano che
attraverso quella frontiera doveva aver portato di tutto. Lungo la strada
che veniva inghiottita dalla giungla sempre più fitta raccoglievamo
gruppetti di gente, tra cui una signora tedesca sulla cinquantina con
zaino, scarponi e passo militare. La strada terminava su un fiume al
confine guatemalteco, ci hanno scaricato nel fango del piazzale dove
sarebbe arrivata presto una piroga che ci avrebbe trasportato per i 15
chilometri dove la strada non esisteva. Lì è arrivato un altro gruppo di
viaggiatori, tra i quali ne spiccava una dagli occhi azzurri incantevoli;
mi hanno lanciato un rapido sguardo e mi sono trovato mezzo inebetito, con
i piedi nel pantano e il mio ormai ridicolo carico di bagagli che mi
sommergeva. Corrispondeva al mio ideale mai incontrato di bellezza
femminile della mia adolescenza, una bellezza che ormai avevo smesso di
cercare in quanto ideale e riservata al mondo dei sogni. Invece, per una
volta era lì veramente, proprio lei, con i suoi occhi vispi, il nasino
alla francese (anche se lei era Inglese), un passato da fotomodella e la
patina di polvere e di vissuto che l'avventura ti lascia addosso.
Che ci faceva un essere così incantevole tra la giungla e le paludi?
Sicuramente quello era il posto dove meno mi sarei aspettato di vedere
realizzato il mio sogno irrealizzabile.
Dopo un patetico controllo alla dogana fluviale dove un militare mezzo
ubriaco ha quasi buttato in acqua tutti i passaporti, siamo sfrecciati via
sul fiume verso l'appuntamento con un tragico bus di seconda classe
guatemalteco. Malgrado la folgorazione, durante l'attesa sono riuscito a
mantenere una conversazione brillante (o almeno credo) con la fata, non so
nemmeno cosa le ho detto, e mi sono ritrovato seduto su un vecchio
scuolabus americano dotato di sospensioni per il fuoristrada e musica
"ranchera". Ero seduto vicino a uno dei due militari armati che scortavano
la corriera stracarica di contadini, bambini poveri e noi sei turisti.
Il soldato teneva il mitra tra le gambe, con il calcio appoggiato in terra
e la canna che ogni tanto mi ritrovavo puntata sotto il mento. Non che
avessi paura, ma visto il terreno molto accidentato e l'arma ormai datata,
l'idea del mio cervello sfrittellato sul soffitto mi terrorizzava. Gliel'ho
gentilmente fatto notare spostandoglielo col dito indice e lui, sorridendo
noncurante, è tornato a sonnecchiare. Il viaggio è proseguito per due ore
e mezzo, su una strada con delle buche che ci facevano saltare trenta
centimetri sulle panche di legno ed il mio dito che teneva a bada il
mitragliatore. Ogni tanto il mio sguardo incontrava quello di Jo (la fata
anglosassone) e ci scambiavamo un sorriso rassegnato per la situazione:
lei sedeva con un grappolo di bambini dispettosi addosso, io con chiara
espressione di disagio, stavo ormai con il capoccione del soldato
dormiente appoggiato sulla spalla e il dito sempre vigile.
Finalmente siamo arrivati a Flores, un paesino splendido situato su
un'isoletta nel lago di Peten-Itzà; appena scesi dal bus siamo stati presi
d'assalto dalla solita folla di procacciatori d'albergo, dove alla fine ci
hanno trasportato. Qui avevano solo camere doppie, e visto che io e Jo
eravamo gli unici "single" del gruppo, senza neanche chiedercelo e come se
fossimo già d'accordo, ne abbiamo presa una insieme. Io ero angosciato
dall'idea di svegliarmi improvvisamente da quel sogno, ma poi mi sono
ricordato che sono parecchi anni che non ne faccio, quindi o si sarebbe
presto trasformato in un incubo, o era realtà.
Abbiamo fatto una cena abbastanza formale dove ho mangiato anch'io
noncurante spaghetti al ketchup; eravamo in un ristorantino che sporgeva
sull'acqua, e guardandoci intensamente negli occhi costruivo di me un
immagine che credo l'abbia colpita, perché presto eravamo sul muretto a
baciarci. Anche se questa non era proprio la situazione in cui la lingua
si usa per parlare, ho avuto un "flashback" ed ho visualizzato mia madre
quando mi diceva che conoscere le lingue mi avrebbe aperto un'infinità di
prospettive nella vita, e a suon di scappellotti mi costringeva sui libri
d'inglese... Ci siamo confessati che non ci era mai successo nulla di
simile prima, io ho mentito, in quanto mi era capitato appena il giorno
passato, ma ancora non credevo del tutto a quella specie di trama di
filmetto erotico da cui uscivo per infilarmi in quella di una pellicola
avventuroso-sentimentale. Aspettavo da un momento all'altro che
spegnessero i riflettori, sfilassero via i fondali con dipinto il lago, e
che Jo si alzasse per andare nel suo camerino senza salutarmi. Così non
fu, siamo corsi nel letto dove mi sono dovuto riappropriare del ruolo di
maschio latino alle prese con una pollastra nordica.
Il giorno dopo ci siamo svegliati alle 3,30 per vedere l'alba alle famose
piramidi di Tikal, distanti 60 chilometri. Eravamo a fare colazione alla
capanna di fronte alle rovine quando si è scatenato un violento temporale
che ci ha tenuti inchiodati lì; eravamo io, Jo e una specie di dio greco
biondo accompagnato da una stanga indiana alta più di un metro e ottanta,
meravigliosamente bella. Dopo venti minuti che eravamo lì arenati e
massacrati dalle zanzare, è giunto un trio di guide, che siccome non
potevano lavorare, hanno portato un enorme Xilofono con su scritto: "La
voz de la selva" e disegnato un pappagallo, e hanno cominciato a suonare
un allegro ritmo tropicale.
Il caffè fumante, l'atmosfera esotica, la capanna circondata dalla giungla
e dalle piramidi, mi hanno portato questa volta dentro le immagini in
bianco e nero dei film anni '30, in cui esploratori in divisa coloniale
siedono nei locali parlando delle loro ultime scoperte al ritmo del mambo.
Poco dopo la pioggia è diminuita, il dio greco e la stanga sono usciti
nella nebbia, e noi dietro. Umida e frettolosa fu la gita, completamente
zuppi abbiamo visto i monumenti scivolando e ridendo sulle gradinate delle
piramidi invase dal muschio, dove io ho rischiato di autosacrificarmi più
volte; quello che volevamo al più presto, senza dircelo, era il letto dove
ci saremmo rotolati sonnolenti poco dopo.
Lei è partita la mattina dopo all'alba (abbandoni, fucilazioni, visite
della Guardia di Finanza... le cose più tragiche avvengono sempre a
quest'ora), mi ha lasciato seduto sul letto con un espressione stupida e
felice, con le mani che cercano di afferrare il nulla. Guardavo in giro
per trovare le prove della sua reale esistenza, e mi rimaneva solo
un'impronta dalla sua parte del letto. Mancavano appena cinque giorni al
ritorno, scrivevo seduto in un bar sul lago e bevevo caffè nero con la
testa confusa, le zanzare mi pungevano ed io non reagivo.
Un villaggio vicino Flores 12. 12. 98
Dopo una giornata passata chiuso in albergo insieme ad un Guatemalteco e
le sue polverine, ho deciso all'improvviso di andare in un villaggio
vicino Flores, non ricordo nemmeno come si chiamava, ma mi dovevo
allontanare da quella stanza oramai troppo vuota. Sono partito dalla
stazione di S. Elena, polverosa, immersa nel fango e con i bigliettai che
nullafacenti e annoiati, scacciavano le mosche. Un vecchio scuolabus
americano stava per partire, anch'esso scassato, fangoso e stracolmo di
gente che ad oltranza continuava ad entrare sotto enormi sacchi, scatoloni
legati con lo spago e altre merci che presto invasero una buona parte
dell'autobus. Io conquistai un posto a sedere vicino un piccolo contadino,
ma presto giunse una cicciona che ci ha spiaccicato entrambi nell'angolo
con il fare deciso degli ippopotami. I bambini piangevano e le madri
urlavano, i ragazzi scherzavano stanchi di una giornata di lavoro e tutta
la confusione era fomentata da numerosi venditori ambulanti che andavano
continuamente su e giù per il corridoio intasato carichi di gelati,
giocattoli, caramelle, cibi misteriosi e l'immancabile Coca-Cola. Quando
il giovane all'entrata ha mollato la corda che teneva legata rozzamente la
porta l'autista ha alzato il volume dello stereo, il motore ha urlato
gioioso e siamo partiti schizzando fango in una nuvola di fumo nero.
All'altro lato del lago mi aspettavano le sagome dei bambini che si
asciugavano sulla riva, una calma piatta e il ronzio delle cicale
avvolgevano tutto. Il cavallo e la mucca brucavano fraterni sul prato, e
la corriera rombava nostalgica sulla statale.
Il solito villaggio vicino Flores 13. 12. 98
Ieri passeggiavo al buio per la strada che costeggia il lago, le rare luci
dei bar mi indicavano la via trasudando ritmi caraibici; di fronte a questi
si trattenevano gli abitanti del paesucolo di capanne, c'era chi beveva e
chi giocava a scacchi seduto in mezzo alla strada nella semioscurità; in
un terreno qualcuno (il parroco?) aveva organizzato un cinema da campo in
cui si proiettavano gratis pellicole sbiadite anni '60, volte a
glorificare le gesta di ricchi e illustri personaggi della chiesa.
Quando sono tornato a dormire nella mia capanna, i proprietari già avevano
chiuso il cancello ed erano a letto alle 9,30, li ho fatti alzare e mi sono
scusato per aver fatto le ore piccole.
La mattina mi ha svegliato la luce che filtrava attraverso le pareti di
canne, e il canto del gallo, il ragliare del somaro, le urla delle scimmie
e di tutte le altre fiere della giungla circostante che aprivano gli occhi
e le bocche tutte insieme alle sei. Mi sono lavato nella tinozza in
giardino per poi incamminarmi verso il biotopo (riserva naturale) del
Cahui.
Il nebbione tiepido iniziava ad allontanarsi e le anatre sguazzavano
vicino ai miei piedi. Il cielo grigio ed i paletti che spuntavano dal lago
completavano questo quadretto romantico ed esotico dove vedevo la mia
sagoma passeggiare. L'escursione nella giungla vergine è stata niente di
eccezionale, sei chilometri di vegetazione fittissima, un paio di
belvedere e la presenza di numerose varietà di serpenti velenosi ed un
tipo di tarantola grande come un maritozzo. Tutti questi mimetici esserini
erano chiusi sotto spirito in grandi barattoli messi in bella mostra
all'ingresso come monito. Ho conosciuto lungo la via il timido ma gioviale
cane del custode, mi ha trotterellato dietro per tutto il percorso, poi
attratto dai miei biscotti, mi ha seguito sulla piattaforma in cima al
lungo pontile galleggiante, dove lui mangiò ed io fumai.
Ero al "Gringo perdido", un bar con atmosfera coloniale sulla riva del
lago, sagome di barche a remi scivolavano controluce all'orizzonte, e una
piccola zattera sciabordava ancorata e solitaria, i due mesi passati qui
mi sembravano due anni, ripensavo a quando ero arrivato a Cancùn per la
prima volta e mi vedevo parecchio più giovane. Non mi preoccupavo più
tanto dei ricoveri disagiati o sporchi in cui mi ritrovavo costretto a
volte a dormire, ma dove mi svegliavo comunque felice e pieno di energia,
mi facevo la barba con la saponetta e mangiavo mais bollito per la strada,
tra i Guatemaltechi e la musica tropicale.
Ho lasciato il villaggio vicino Flores dopo aver comperato una grande
maschera di un guerriero indio inferocito. Dovevo raggiungere S.Elena, e
mi trovavo all'incrocio sulla statale in mezzo al nulla come una madonna
pellegrina. Dopo un po' è arrivato un ingegnere surfista proveniente dal
Sudafrica, era alla ricerca di un paese con l'onda giusta per andarci a
vivere.
A quanto dicevano i rari passanti, una corriera sarebbe passata forse dopo
due ore, intanto io mi sono fatto amico una specie di istruttore di
ginnastica di un gruppo di giovanissimi soldati, stavano tornando da un
esercitazione per salire su due camion col cassone aperto e senza sedili.
L'istruttore, molto gentilmente ma guardandoci schifato per il nostro
abbigliamento, ci ha offerto un passaggio per S.Elena. Mentre eravamo
aggrappati alle travi di ferro, il tipo ci ha ripensato, e ci ha fatto
scendere in mezzo alla campagna, a nove chilometri dalla cittadina. Io e
l'ingegnere surfista abbiamo cominciato allora a camminare fumacchiando e
facendo considerazioni sulle insicurezze della vita e delle informazioni.
Ogni tanto il nostro dito si alzava poco convinto, cercando di fermare le
macchine che correvano accanto. Dopo alcuni chilometri un grosso pick-up
ha inchiodato nel polverone, noi gli siamo corsi incontro scoordinati e
con il mascherone in mano, solo quando la nube si è dissolta ci siamo resi
conto che era la polizia. Subito abbiamo previsto dei guai, invece ci hanno
invitato a salire sul cassone insieme ad un generatore elettrico,
scaricandoci poco dopo a destinazione.
Playa del Carmen 14. 12. 98
Ho deciso di tornare nello Yucatàn, dove avrei fatto un immersione in un
"cenote". Questi, migliaia (milioni ?) di anni fa erano delle enormi
caverne naturali, poi quando il livello del mare si alzò, vennero immerse
quasi completamente, creando un particolarissimo e unico ambiente in cui
si trovano le caratteristiche geologiche delle grotte, ma riempite da due
livelli di acque, in alto fredda e dolce, in basso calda e salata. I
"cenotes" furono ampiamente utilizzati dai Maya come riserva d'acqua e
come deposito di ossa e frattaglie sacrificali.
Durante il tragitto sono passato per il Belize, ex colonia britannica di
cui ha conservato parecchi caratteri, come le tipiche casette a schiera
colorate con tinte pastello ed il giardinetto con auto lustra
parcheggiata. Solo che le case sono quasi sempre cadenti, i giardini pieni
di cespugli incolti e ci sono parcheggiati dei vecchi catorci americani al
posto delle "Rolls" tirate a lucido. La popolazione è prevalentemente di
origine africana, ci sono svariati "rasta" con bicicletta e 'dreadlocks',
signore ciccione e variopinte girano con aria serena e si respira
parecchio l'atmosfera anglosassone, priva però della nebbia e della
tristezza tipica di quelle latitudini.
Playa del Carmen è un luogo turistico stile Cancùn, anche se non così
mostruosamente esagerato; si va su e giù per il corso affollato di
coppiette gringhe, si beve una birra, si guardano le vetrine dai prezzi
ignobili, si beve un'altra birra e si va a letto.
Vago per i viali chiassosi con aria fessa, da quando Jo è partita non mi
sento molto presente. Malgrado avesse le cosce fredde, avevo ancora
stampate in mente le nostre sagome nella nebbia a Tikal.
Playa del Carmen 15. 12. 98
La mattina mi sono svegliato alle cinque, dopo un caffè velenoso e un
tozzo di pane camuffato da cornetto, sono andato in spiaggia a passeggiare
solitario e meditabondo. In lontananza c'era una figura di nero vestita a
gambe incrociate, rimirando il mare. Mentre mi avvicinavo la figura mi
sorrideva, ma io continuavo a camminare rufo e per i fatti miei, pensando
che assomigliava un po' a Sara. Più mi avvicinavo e più mi sorrideva e più
somigliava a Sara, finche' ho focalizzato bene e ho detto :"Sara !". Era
proprio lei, dopo i saluti ed i rituali abbiamo sorbito insieme un altro
veleno, e ci siamo dati appuntamento per il pomeriggio a Puerto Morelos,
perché io stavo per andare a fare l'immersione nel "cenote".
Eravamo io, uno Svedese antipatico (finora tutti gli Svedesi e i Danesi
incontrati qui lo erano) e l'istruttrice cicciotta; siamo saliti tutti su
un fuoristrada Dodge carico di bombole e con un caprone cromato attaccato
sul cofano. Percorso un tratto di giungla, siamo arrivati alla pozza che
era l'apertura da dove saremmo entrati nelle viscere della terra, giù per
trenta metri. Per un attimo mi è passato per la mente che poteva essere la
mia tomba, visto che il medico subacqueo mi aveva sconsigliato di andare
oltre i cinque metri di profondità, per le conseguenze di un incidente.
Come ipotesi per finire il mio viaggio e i miei giorni non mi dispiaceva,
quindi mi sono fatto scattare un'ultima foto, mi sono caricato le bombole
e mi sono gettato nell'oscurità.
Appena accese luci si è illuminato un panorama da inferno dantesco
sommerso, tetri anfratti, stalattiti e addirittura stalagmiti che si
ergevano da sotto e da sopra. Ce ne erano di ogni grandezza e noi ci
passavamo in mezzo sospesi nel nulla, solo i piccoli fasci di luce delle
lampade a cui eravamo appesi ci davano l'idea dello spazio e della nostra
esistenza. Le radici degli alberi scendevano fin lì per arrivare
all'acqua.
Siamo scesi giù per un profondo budello che diventava sempre più stretto e
claustrofobico, ai nostri lati si aprivano mille diramazioni, abitate da
chissà quali mostri dell'oscurità, pronti a tirare fuori i loro
tentacoloni all'ora di pranzo. Invece, da lì siamo riusciti in un altro
pozzo con un raggio di luce che entrava direttamente da una cavità nella
volta, e creava un piccolo paradiso dopo il lungo inferno.
Puerto Morelos 16. 12. 98
Era giunto infine il drammatico giorno della partenza, per ingannare il
tempo che mi separava dal distacco con il suolo messicano sono andato al
villaggio dove lavorava Cristina, per salutare alcune persone conosciute.
Ho ritrovato Claudia che era un po' più realizzata, perché accompagnava i
gruppi nelle gite. Si era fidanzata con uno degli animatori, e deciso di
aprire un bar sulla spiaggia. Le facce dei clienti, benché fossero
cambiati tutti, erano sempre le stesse, giovani coppie infelici, alla
ricerca di qualcosa compresa nel pacchetto turistico che li avrebbe fatti
evadere dal loro grigiore grazie ai soldi sborsati.
Terminati i convenevoli, ho salutato anche il coccodrillo del guardiano e
mi sono diretto verso l'autostrada per prendere il pullman; siccome c'era
il sole e sarebbero stati per me gli ultimi raggi per quattro mesi, ho
deciso di fare la strada a piedi e mi sono tolto la camicia puntando verso
il grande cartello della Marlboro che mi indicava la meta. Giunto lì sotto
ho cominciato a sperare che mi capitasse qualcosa per farmi perdere
l'aereo, intanto mi guardavo intorno, e dall'altra parte della strada,
affondato nella vegetazione incolta, c'era una specie di bar con due
squallidissimi manichini ai lati dell'entrata. Forse restituiti dal mare,
uno era vestito di una camicia lacera, le parti intime che non aveva erano
lasciate alle intemperie. L'altro, una figura femminile con acconciatura
moderna, sembrava pensare ai bei tempi di gioventù, quando sfilava
immobile nelle vetrine, vestita dei capi più preziosi; ora aveva un
costume sportivo con una spallina caduta, una collana di perle di plastica
le adornava il collo insieme ad un cappio che la teneva fissa su un palo.
Una scarpa con tacco a spillo era calzata su uno dei piedi infangati.
Sopra questi personaggi l'insegna 'El Zafarrancho' lampeggiava. Un fetore
nauseabondo mi ha fatto girare verso la carogna di un cane sul ciglio
della strada, un gruppo di avvoltoi gli girava sopra in ampie spire,
proiettando le loro ombre lente e cupe sull'asfalto.
Prendevo le ultime briciole di quel Messico, come un goloso che raschia il
fondo del barattolo della Nutella, volevo ricordarlo anche così: scritto su
un quaderno ormai unto e sgualcito, pieno di fogli presi dove capitava.
Tovagliette dei ristoranti con su appuntati i ricordi di un luogo vissuto
su strade piene di buche, corriere puzzolenti e scassate, "central
camioneras", incroci nel deserto, orizzonti sconfinati, lunghissime attese
e cose insicure, madonne variopinte e musica "ranchera", orgoglio razziale
e miseria serena.
[Fine]
Data: 16/05/2005
Altri capitoli di questo racconto:
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