Viaggio in uno dei Paesi prossimamente membri dell'Unione EuropeaArea:
Romania - Argomenti:
auto, destinazioni, Europa
Roma 4. 8. 1999
Erano le cinque della sera quando sono uscito da casa per andare a
prendere V. al Tiburtino. Ben presto il traffico intenso mi ha bloccato a
metà strada, proprio sotto un pilone di cemento della Tangenziale Est. I
Romani erano stretti nelle scatolette nervose sotto il sole ancora
rovente, e davano il meglio di loro impegnandosi in inutili manovre. Io
che ero appena all'inizio di una lunga e faticosa via mi sono messo in
posizione zen di risparmio di energia, con lo sguardo fisso nel nulla e la
mente già sulla Roma-Firenze. Sono arrivato da V. dopo due ore e con i
nervi a pezzi; come immaginavo, non era ancora pronto, parlava al telefono
con la fidanzata che gli recitava le ultime raccomandazioni, " Io allora
vado.." ha tagliato corto lui, "Almeno usa i preservativi, se proprio devi
" ha risposto lei manifestando grande fiducia.
Da tutte le persone a cui ho annunciato che stavamo andando nei paesi
dell'est ho ricevuto lo stesso sorriso ammiccante, poi quando aggiungevo
che il nostro scopo principale era scalare i Carpazi e dormire tra i lupi
mi sbottavano a ridere in faccia dandomi del bugiardo o del coglioncello.
Noncuranti dei giudizi abbiamo caricato gli zaini alla rinfusa nella
Peugeot familiare e abbiamo tracciato la rotta più breve per la Romania,
solo che in mezzo c'è il mare, quindi siamo passati per Trieste.
Sull'autostrada abbiamo diviso equamente le sostanze che usavamo
arrotolare nelle cartine e che avrebbero rallegrato la nostra gita, l'idea
di doverci separare perché solo uno di noi doveva andare in prigione non ci
piaceva, sarebbe stato bello condividere anche l'esperienza del carcere
bulgaro. "Vabbè, cosa ci potranno fare, in fondo siamo turisti" mi ha
detto V., " Si, si, hai proprio ragione, e magari laggiù è legale e ci
preoccupiamo per niente! " ho mentito io , pensando che se non andava bene
alla frontiera, quando saremmo usciti dalla galera non ci saremmo nemmeno
riconosciuti.
V. ha voluto portarsi la canna da pesca perché uno degli obiettivi della
sua vita è riuscire a sopravvivere senza provviste; uno dei miei è
riuscire a fotografare senza portarmi l'attrezzatura, così ho cominciato a
ridurla al minimo indispensabile: un corpo macchina, due zoom, tre filtri,
un cavalletto. Prima di arrivare a Venezia ci siamo fermati a dormire in
una pensione, e fumando sul balconcino ci siamo chiesti se non era il caso
di buttare via le "modiche quantità" e per proseguire così più leggeri. Ci
siamo guardati seriamente per un istante e poi siamo scoppiati a ridere
rompendo il silenzio della notte lagunare.
Croazia 5. 8. 99
La mattina V. doveva andare in banca, così siamo passati a Venezia. Subito
la città ci rapisce, vaghiamo per ore ed ore tra i vicoli e i canali,
bevendo bicchierini di vino per le osterie e incartando cannoni nei
"sotoporteghi".
In pomeriggio siamo partiti per la Croazia e la sera, stanchi, ci siamo
fermati a dormire in un albergo; la coppia di gestori ci ha subito
dimostrato quanto siano simpatici da queste parti. Già alcuni amici che
avevano visitato questa zona mi avevano avvertito, ma pensavo che fosse
uno dei tanti luoghi comuni in giro per il mondo. Invece hanno saputo
fornire prova di grande stronzaggine quasi tutti, dai camerieri scorbutici
e poco loquaci alla gente a cui chiedevamo informazioni che rispondeva di
malavoglia e spesso sbagliando.
Ci siamo addormentati sperando che almeno il mare fosse bello.
Croazia 6. 8. 99
Un motivo per cui molti turisti continuano ad andare in Croazia esiste, e
sono le sue coste.
V. ne approfittava per pescare inutilmente. Aveva sfoderato la canna e le
esche a cucchiaino multicolore che gli aveva prestato un suo cognato
pescatore, di cui spesso cita teorie ittiche e ne narra le leggende
consumate sul greto di torrenti o in riva al mare. V. dice pure di aver
visto un documentario sulla vita e le abitudini alimentari dei pesci in
quel tratto di mare, e pare proprio che siano golosi di cucchiaini in
acciaio "made in china" come quelli che lui ha in dotazione. Io intanto mi
sentivo stupido raccogliendo legna per un fuoco che, nonostante l'ottimismo
di V., non avrebbe mai cotto nulla.
Dopo aver consumato due mesti tramezzini siamo partiti per l'Ungheria,
durante il viaggio passavamo in paesi che avevano vissuto recentemente la
guerra e che ancora ne portavano i segni, sulle facciate di alcune case i
colpi di fucile ci ricordavano che dieci anni fa saremmo stati ancora meno
graditi d'ora. Ci siamo fermati a dormire poco prima del confine, con la
macchina in ebollizione. E' capitato poco dopo che avevamo litigato,
perché un'altro degli obiettivi di V. è riuscire a guidare senza toccare
il volante. Per ora si allena togliendo entrambe le mani dallo sterzo per
accendersi una sigaretta o per fare qualsiasi altra cosa,
indipendentemente dalla velocità a cui sta andando e noncurante delle mie
proteste.
E' capitato già un'altra volta in Corsica che dopo una furiosa discussione
per futili motivi siamo rimasti imprigionati dalla marea sugli scogli dove
avevamo passato la giornata. Così fummo costretti a dilaniarci le gambe ed
i piedi spogli tra i rovi di una drammatica "via crucis": quattro ore per
guadagnare la strada sopra di noi lontana solo cinquanta metri. Ancora lo
ricordiamo come un incubo, ma per fortuna si litiga raramente.
Arad 7. 8. 99
Siamo partiti sotto il sole per giungere alla frontiera di Barcs mezzi
bolliti, ed oltre ad aver già perso la borchia di una ruota il doganiere
era di una bruttezza fuori dal comune. Ha voluto lo stesso uscire dal
gabbiotto in cui lo tenevano rinchiuso ed ha scrutato nel portabagagli
dove non ha indagato oltre il primo strato di mutande sporche e calzini
fetidi.
Ci ha congedato con un sorriso sdentato ma ammiccante, che mi ha ricordato
quello che mi rivolgevano i miei amici all'annuncio del mio viaggio, ma noi
in quel momento riuscivamo a visualizzare solo la prigione ungherese quasi
scampata. Siamo così entrati da uomini liberi nel paese limitrofo che non
era proprio come lo aspettavamo, nelle espressioni delle persone mancava
la tristezza e la malinconia d'eredità sovietica, anzi, erano tutti
impegnati nello shopping mattiniero di un sabato paesano. Appena sceso
dall'auto per cercare una banca mi sono trovato circondato da una
moltitudine di biondine, e ho chiesto un'informazione a quella più
interessante. Mentre mi parlava sorridendo io avevo serie difficoltà a
tenere in mente quello che diceva, ho farfugliato un "Thank you !"
guardando il suo corpo da copertina di "Playboy" che si allontanava dentro
la tutina azzurra che poco spazio lasciava all'immaginazione. Quando si è
girata per profondermi un ultimo sorriso mi ha trovato imbambolato, ancora
in mezzo al marciapiede con la mascella calata e un'espressione ebete.
Quando sono tornato ho ritrovato V. che invece di fare la guardia alla
macchina stava sbavando dietro tutte le ragazze che passavano. Ha cercato
di trattenermi in quel luogo che invitava alla perdizione, ma l' ho
convinto ad andare, assicurando che le migliori dovevano ancora arrivare e
che i Carpazi attendevano di essere calpestati dai nostri scarponi fangosi.
Lui ha capito che (forse) avevo ragione e così abbiamo attraversato d'un
fiato tutta l'Ungheria fino ad arrivare in pomeriggio alla frontiera di
Nàdlac, dove ci attendeva una lunghissima fila di automobili distese di
fronte alla dogana.
Erano quasi tutte vecchie ed ingombranti macchine occidentali di rumeni
emigrati, tra queste scoppiettavano alcune "Trabant" dalla meccanica
socialista, distribuendo i fumi densi e bianchi propri dei motori a due
tempi. Le file disordinate, il caos all'ufficio visti, la povera gente e i
bambini che vendevano un paio di scarpe ci hanno reso immediatamente la
sensazione di essere in un paese del terzo mondo. Quando al cambio per 30
dollari mi hanno dato un mazzo di banconote alto cinque centimetri questa
sensazione fu confermata. Abbiamo passato il confine dopo più di un'ora
per entrare in una zona agricola, dove i contadini camminavano lungo la
statale sotto i loro buffi berretti e povere mercanzie nelle ceste. Presto
siamo giunti nella periferia di Arad, un allineamento interminabile di
palazzoni grigi tutti uguali e disposti a schiera, si guardavano tristi e
partorivano dai portoni fatiscenti orde di bambini luridi. Le costruzioni
sistemate rispettando un ordine geometrico stonavano con le cataste di
macerie, i cani morti sulle strade melmose e tutto il resto. Arad è una
città di passaggio, non ha alcuna attrattiva e non vediamo l'ora di
andarcene; domani partiremo per Brasov, e quando pensiamo che siamo a sole
sei ore di viaggio dalla Transilvania ci sentiamo Fantozzi e Filini nella
loro tragica missione sui Carpazi.
Brasov 8. 8. 99
Abbiamo viaggiato per ore attraverso le campagne bruciate dalla calura
prima di giungere a più fertili lande con i prati rigogliosi e la sagoma
lontana dei Carpazi. Spigolosi e cupi si ergevano tra le nuvole nere. La
sfida ormai è stata lanciata, dobbiamo arrivare a tutti i costi in cima ad
uno di quei picchi per vedere da lassù l'eclissi prevista per il giorno 11
di questo mese; ormai non ci sono doganieri né biondine sul nostro cammino
e nulla ci può fermare, a parte la macchina che ci sta dando alcuni
problemi al motore. Pensiamo che possa essere il carburatore o il filtro
della benzina, oppure le candele, l'iniezione, il carburante sporco o
addirittura lo spinterogeno che non ha. In ogni modo, tossicchiando e
strattonando ci ha portato a Brasov, città dall'architettura medievale ai
piedi delle montagne Bucegi , che presto scaleremo. Appena abbiamo
parcheggiato vicino alla piazza centrale si è avvicinato un tipo dalla
stazza capiente, e in italiano ci ha dato alcuni consigli su come
sopravvivere in Romania: MAI cambiare i soldi per strada, MAI guidare dopo
aver bevuto alcool, usare SEMPRE i preservativi. Si chiamava Roberto ed era
qui da sei mesi; pensionato, dice, anche se dimostra 45 anni, tra poco
ripartirà per andare a svernare in Veneto. Sembra che per lui la vita non
debba rivelare altre sorprese, ma con la gentilezza di un italiano che
trova dei connazionali all'estero (anche se per lui il Veneto non è
Italia, e lì la sua polo verde ha acquisito una connotazione politica) si
è messo al telefono per trovarci una camera ad un prezzo onesto. Intanto,
passeggiando per il corso sfilavamo in mezzo ad una folla di ragazze
stupende (la leggenda della Romania) e Roberto a suo dire ne aveva
possedute parecchie. La casa che ci ha trovato, invece era di un'amabile
signora a forma di barattolo. Questa ci ha mostrato dove viveva col
marito: una piccola stanza ed un salottino dove si sarebbero trasferiti
durante il nostro soggiorno, il che ci faceva sentire abbastanza in colpa,
soprattutto per la cifra irrisoria che ci hanno chiesto in cambio.
La camera era povera e grondante di arredamento kitsch; era pulita però,
sembrava di essere in visita da una vecchia zia.
Durante tutto questo, V. ha perso la non modica quantità che deteneva...
Brasov 9. 8. 99
Mi trovavo a fare un tour fotografico per la città quando ho conosciuto
Roxana, un'affabile Rumena che mi ha fatto da guida con la calda ingenuità
dei suoi 18 anni. In pomeriggio io e V. siamo andati a cercare il meccanico
per sistemare la macchina, questo non era in officina e il ragazzo di
bottega mi ha fatto segno con il pollice che stava bevendo all'osteria,
dopodiché ha lanciato uno sguardo di compassione alla Peugeot parcheggiata
sotto al sole. Lo abbiamo trovato al riparo di un ombrellone, completamente
sbronzo, ma non abbastanza da non capire che era l'unico che ci potesse
aiutare. Durante il giro di prova il difetto è misteriosamente sparito,
come i dolori quando si va dal medico, in ogni caso il meccanico ha
guardato a lungo e da lontano il motore con un'oscillante espressione
interrogativa, finché io ho notato un tubetto rotto sul carburatore. Lo
abbiamo cambiato anche se ero quasi certo che non potesse essere quello la
causa del malore. Lui, in ogni caso era soddisfatto, gli abbiamo pagato una
birra ed un suo amico che ci aveva fatto da interprete ci ha detto di
dargli 1000 lire italiane, che lui ha iniziato a scrutare barcollando come
faceva con il motore.
Parco naturale Bucegi 10. 8. 99
Siamo partiti la mattina di buon ora, e abbiamo salutato la signora che ci
ospita portando in dono due vaschette di gelato, lei si è commossa tra le
sue rotondità. Arrivati a Bustemi ci siamo caricati in spalla gli zaini
strapieni di provviste, tenda, sacchi a pelo, vestiti pesanti, acqua (5
litri), canna da pesca, macchina fotografica, una modica quantità, cartine
geografiche e non. Più una fiaschetta di vodka "Kazaciock" per i momenti
più tristi. Eravamo pronti per salire alla "Cabana Babele" in funivia per
poi continuare a piedi verso una vetta. Avevamo fatto i conti senza
l'oste, perché era proprio il giorno di chiusura, dunque ci siamo
incamminati di buona lena per il sentiero dalla pendenza già esagerata
alla partenza. Attraversavamo scenari da favola tra le pinete abbarbicate
sopra le rocce a strapiombo, a tratti ci dovevamo arrampicare aiutandoci
con le mani. Di fronte a noi si ergevano pareti verticali alte anche 200
metri e sotto strapiombi senza fine.
La salita sotto gli zaini pesanti all'inverosimile ci ha suggerito di
liberarci di un po' di zavorra, così abbiamo svuotato una bottiglia
d'acqua e ne abbiamo bevuta il più possibile dalle altre.
Quella Transilvania che stavamo vivendo non coincideva proprio con quello
che rientra nell'immaginario collettivo, niente nebbie, nessun castello né
pipistrello, e tanto meno la solitudine di boschi tetri: era una magnifica
giornata con 35 gradi all'ombra, uccellini che cinguettavano e bestioline
che brucavano, sul sentiero incontravamo spesso altri scalatori variopinti
e multilingue. Abbiamo compreso che non eravamo nel pieno della forma
fisica per una scalata del genere, erano giorni che passavamo seduti in
macchina e quella era la nostra prima uscita. Durante la salita abbiamo
mangiato un panino seduti in bilico su un precipizio, accovacciati sulle
rupi avevamo apparecchiato le fette di pane sulle ginocchia e puntellato
il salame con i sassi, finché a V. è scivolata una bottiglia d'acqua che
mi sono visto passare a pochi centimetri; le mani occupate da un gran
numero di oggetti non mi hanno permesso una pronta reazione, quindi
l'abbiamo guardata rimpicciolirsi per poi sparire in una gola. V. preso da
uno slancio di ecologismo si è incamminato per il recupero, pensando che si
sarebbe fermata nel primo fosso, invece lui sparisce per più di mezz'ora
per poi tornare dilaniato dai rovi e senza bottiglia: "Si deve essere
disintegrata !", mi ha detto. Più avanti abbiamo fatto un bagno nell'acqua
gelata di una pozza formata dal ruscello che stavamo costeggiando; la
salita era un massacro e gli zaini cercavano di sbatterci giù per le
scarpate. Per di più il terreno era talmente scosceso che non si poteva
campeggiare, sempre che non volessimo fare la fine della bottiglia.
Parecchie volte siamo stati tentati di abbandonare l'impresa e tornare a
Brasov dalle biondine, ma le emozioni forti costano sacrifici, quindi ben
determinati ad arrivare ci siamo alleggeriti ulteriormente bevendo tutta
l'acqua possibile e fumando grossi cannoni. Faceva buio quando siamo
riusciti ad arrivare alla "Cabana Babele", era una baracca di legno ma ci
sembrava la reggia di Versailles, ci siamo fermati a guardarla a lungo
seduti su un masso per essere più sicuri che non fosse un miraggio su quel
monte bastardo.
Alle 21, eravamo già a letto, dopo una cena frugale ed una vodka
"Kazaciock" bevuta sullo strapiombo, facendo ciondolare le gambe sul
panorama.
Parco naturale Bucegi 11. 8. 99
Era arrivato il grande giorno, presto l'ultima eclissi del millennio e
probabilmente l'unica che avremmo visto avrebbe oscurato il cielo di
quella rocca.
Abbiamo studiato sulla cartina quale poteva essere la zona migliore per
assistere all'evento ed abbiamo individuato uno dei punti più alti della
zona, un picco a forma di torre che si ergeva su un ampio prato distante
un paio di chilometri da lì. Lo abbiamo raggiunto e ci siamo sistemati
sull'erba sofficissima che ne tappezzava l'estremità; sotto di noi
formicolavano gruppetti di turisti, e a nord si vedeva un imponente
ripetitore TV con la caratteristica forma di un missile nucleare sovietico
anni '60, però verniciato a strisce bianche e rosse.
Mentre si avvicinava il momento fatidico sentivamo le voci lontane farsi
isteriche ed i cani abbaiare nervosamente, un gregge di pecore che fino a
quel momento erano state a brucare silenti hanno cominciato a belare. Il
sole che si intravedeva dietro le nuvole ha cominciato ad essere
lentamente oscurato da un disco nero, che lo faceva rassomigliare sempre
più ad una luna, e lontano sul cielo basso si stendeva un morbido tappeto
di nubi nere tuonanti e cariche di pioggia. Attraverso queste filtravano
dall'alto raggi di luce che si perdevano giù per le gole fumanti di
nebbia. Noi due eravamo sospesi in un paesaggio surreale che sembrava
essere disegnato da Magritte: sdraiati su quel tozzo monolite che sorgeva
dalla cresta della montagna svettando tra le nuvole elettriche. Queste ben
presto hanno tappezzato tutto il cielo lasciandoci vedere solo a brevi
tratti lo spettacolo; ma forse gli effetti dell'eclisse si avvertivano più
a terra che su in alto: l'atmosfera si andava colorando di una luce
rosso-viola, i bambini hanno iniziato a urlare, ed i fidanzati a baciarsi,
finché alle 14,07 il sole si è completamente coperto ed uno squarcio tra le
nuvole ci ha concesso la grazia di mostrarci una corona iridescente che ha
reso tutto immobile.
Le pecore si sono addormentate pensando che fosse notte, e i rumori hanno
cessato insieme al vento gelido che ci aveva spazzato fino a quel momento,
tutti eravamo concentrati ad apprezzare i minimi particolari di quel
momento unico, scrutavamo le montagne che non erano mai state così ferme.
Il missile-ripetitore, scempio paesaggistico, era adesso in armonia con la
scena e a noi sembrava di essere lì da sempre in attesa di
quell'istante.
Poi, tutto è finito. Uno spicchio di luce ha cominciato a riapparire e le
nuvole si sono affrettate a coprirlo come un gigantesco sipario, io ho
sentito di riacquistare il peso che avevo avuto la sensazione di aver
perso 15 minuti prima.
Gli applausi distanti hanno accompagnato la nostra calata dal picco,
dovevamo affrettarci perché c'erano da percorrere circa dieci chilometri
ed il tempo prometteva male. Da queste parti tutto può cambiare molto
rapidamente e non ci si può fidare di alcuna previsione, specialmente
delle nostre. Così, con il nostro carico di bagagli ancora spaventoso ci
siamo avventurati per il sentiero che passava sulla cresta dei monti;
subito siamo entrati in una massa di nebbia impenetrabile alla vista ed
eravamo circondati da tuoni e lampi. Finalmente avevamo trovato la
Transilvania dell'immaginario collettivo, dove ci stavamo lanciando con
incosciente entusiasmo.
Mi aspettavo che da un momento all'altro qualche bestia assetata di sangue
saltasse addosso a V. portandoselo via tra le nebbie. Anche lui pensava che
sarebbe capitato lo stesso a me, e abbiamo scherzato a lungo sul fatto che
il film "Un lupo mannaro americano a Londra" iniziava esattamente così.
Però lucidamente pensavo che la cosa più probabile in quelle condizioni
era essere centrati da un fulmine. Durante la discesa abbiamo incrociato
una coppia di rumeni che passeggiavano senza equipaggiamento alcuno: ci
hanno sorpassato trotterellando e poi li abbiamo visti abbandonare la
strada per tagliare i tornanti attraverso i boschi; sono riusciti da
questi un paio di volte finché sono stati inghiottiti dalla macchia
sparendo dalla nostra vista per sempre.
V. ha visto un documentario sulla vita dei licantropi in cui si affermava
che preferiscano di gran lunga alimentarsi di giovani coppie rumene che
dei più coriacei turisti italiani.
Nonostante tutto siamo riusciti ad arrivare alla foresta e ad
attraversarla tra una moltitudine di pini altissimi, finché siamo arrivati
sfiniti su un prato che sembrava finto tanto era delizioso: circondato
dagli alberi, ruscello nel mezzo e pietre per il falò già pronte. Leggere
e scenografiche nuvolette di nebbia qua e là. Ci siamo stravaccati e
abbiamo acceso un fuoco di legna bagnata. V. ha stappato la vodka mentre
la mia sapiente mano staccava una giusta e meritata canna.
Ci eravamo infilati nella tenda con i tuoni di una tempesta che si stava
avvicinando, e sentivamo le bestioline del bosco uscire allo scoperto, non
più impaurite da noi. Imbozzolato nel sacco a pelo ascoltavo i rumori della
foresta e del ruscello, chiedendomi se fosse stato giusto piantare la tenda
sulle rive di un torrente che presto sarebbe stato in piena. Ero tra il
dormiveglia quando mi sono accorto che c'era un respiro che non veniva
dalla parte di V., ma da fuori della tenda, a 20 centimetri dalla mia
faccia ! Ho deciso di ignorare chiunque fosse, se c'era veramente qualcuno
o qualcosa sarebbe stato un po' lì ad annusarmi e poi avrebbe scelto di
sbranare V.. Ho chiuso gli occhi con in mente l'immagine di lui che veniva
trascinato fuori dalla tenda per i piedi insieme al sacco a pelo mentre io
fingevo di dormire.
Nel cuore della notte sono stato svegliato dai boati del temporale che si
stava per scatenare. E così è stato; una massa d'acqua si è riversata sul
nostro misero guscio, quando ho aperto gli occhi ho visto con stupore che
V. era ancora lì, seduto in un bel controluce a vedere i lampi che ci
esplodevano a pochi metri dalla testa con rapidissima frequenza, tanto da
far sembrare la pineta quasi illuminata a giorno. Sagome dalle forme assai
curiose venivano proiettate sulla tenda con splendidi effetti psichedelici
che non eravamo in grado di apprezzare fino in fondo, in tutto questo
abbiamo trovato solo il coraggio di darci uno sguardo rassegnato e ci
siamo rimessi a dormire, coscienti che non eravamo sotto la tempesta, ma
dentro.
[Continua]
Data: 28/05/2005
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