In Nepal durante le elezioni - Seconda parte
Le recenti elezioni in Nepal viste da un remoto villaggio himalayanoArea:
Nepal - Argomenti:
Asia, destinazioni, Nepal, votare

C’è aria
di festa oggi a Langtang. Tra la gente che si accalca attorno al cortile
della scuola che funge da seggio elettorale l’eccitazione è palpabile. Le
donne indossano quasi tutte l’abito tradizionale : lunghe gonne pesanti
sotto rigidi grembiuli di lana colorati, tessuti a mano, e corti gilet dai
quali fuoriescono i maglioni. I lucidi capelli neri sono stretti in una
lunghissima treccia che pende rigida sulla schiena.. Le più giovani
indossano dei fazzoletti annodati sulla nuca, le più anziane dei minuscoli
cappellini neri di panno.
Si stringono le donne, o meglio si abbracciano l’una all’altra, tenendosi
saldamente per la vita davanti all’ingresso del seggio riservato loro. Non
c’è nessun bisogno di accalcarsi, di stringersi così. Lo spazio, lo spazio
sconfinato del manto erboso, non manca. Eppure, per una quale misteriosa
ragione, loro, le donne, si stringono. Non spingono. Attendono
pazientemente il loro turno. Ma tutte, proprio tutte, si tengono
allacciate.
A fungere da seggio elettorale è il cortile della scuola, un edificio a un
piano, dal tetto di lamiera, che circonda il cortile su tre lati. Il terzo
lato è chiuso da un reticolato di frasche, rami di acero, canne di bambù,
tirato su alla bell’e meglio. Nell’intrico dei rami sono stati praticati
due stretti pertugi che permettono di accedere al cortile. Fungono da
ingresso al seggio e sono guardati a vista da militari. Una soldatessa per
l’ingresso destinato alle donne e un soldato per quello destinato agli
uomini.
All’interno del cortile siede la commissione elettorale sotto lo sguardo,
a momenti attento, a momenti ridanciano, di un pungo di soldati in
uniforme azzurra. Le cabine elettorali sono sistemate in fondo al cortile,
lungo il muro della scuola . Rosa per le femmine e blù per i maschi, non
sono altro che due semplici tavolini sui quali sono stati sistemati dei
paraventi di cartone. Paraventi troppo bassi, devono aver pensato i
commissari, per garantire la segretezza del voto. Il che spiega il nylon
azzurro che pende come biancheria stesa al sole da un filo elettrico che
attraversa il cortile e che finisce, a mò di tendina, sul paravento di
cartone.
C’è tanta approssimazione e tanta serietà.
Appena fuori dalla scuola, sul muro di fango grigio di quello che sembra
essere un ovile, sono fissati con dei chiodi i manifesti elettorali. I
primi due esibiscono la lista dei partiti che si presentano alle elezioni.
Comincio a contarli e poi mi perdo affascinata a studiarne i simboli. Sulle
liste dei partiti in lizza non ci sono nomi ma solo simboli. Simboli
curiosi e suggestivi. Un sole, una quercia, un ombrello, una stella a
cinque punte, una mucca, un gallo, una luna, un tamburo oblungo, la
tradizionale falce e martello, un’altra falce e martello, ma in questo
caso con la falce a forma di fucile e il martello di bastone, una ruota
dentata, il volto di un soldatino con un cappello da boyscout, un anello,
una scala a pioli, una teiera, un cavallino, un paio di occhiali, una
freccia, una spada, una sveglia, un pallone da calcio, una fiaccola, un
aquilone...
La gente osserva attenta i simboli dei partiti poi passa a studiare i
manifesti colorati che spiegano a fumetti le modalità del voto. Anche in
questo caso, il messaggio è affidato al disegno. Chiaro e
inequivocabile.
Su un primo manifesto è disegnata la carta del Nepal, ma al posto dei
fiumi, delle montagne e delle città, spuntano tanti piccoli personaggi a
mezzo busto. A coppie, uomini e donne, ognuno con tratti somatici, abiti o
pettinature diverse. Donne dalla pelle scura che indossano il sari, donne
col velo islamico, tibetane dalle lunghe trecce nere, donne vestite
all’occidentale, donne con degli strani copricapi piatti che ricordano
curiosamente una qualche etnia dello Yunnan cinese. In una sorta di ferrea
morale manzoniana accanto ad ogni donna compare un uomo, il marito, che la
foggia degli abiti e i tratti somatici indicano appartenere alla stessa
etnia o classe sociale. Un ragazzo salta col dito da un omino all’altro ed
enumera serio: « Chetri, Tamang, Raj, Gurung, Ghurka, Sherpa.... ».
In basso, sullo stesso manifesto due grandi orologi. Il primo con le
lancette puntate sulle 7 del mattino. Il secondo sulle 17. Il messaggio è
eloquente : tutte i cittadini, qualunque sia la loro etnia o la loro
religione sono invitati a recarsi ai seggi per votare tra le sette del
mattino e le cinque del pomeriggio.
Gli altri manifesti sono concepiti nello stesso spirito. In uno, sempre a
fumetti, sono spiegate le modalità con cui apporre il voto sulla scheda.
In un altro l’iter che l’elettore deve effettuare quando entra nel seggio.
Farsi riconoscere dai commissari, farsi spennellare l’unghia del pollice
con l’inchiostro indelebile, prova inconfutabile di aver già esercitato il
diritto di voto, raccogliersi dietro la cabina elettorale, inserire la
scheda nell’urna, firmare e uscire. Un terzo manifesto spiega quello che
non è giusto fare : non è giusto strappare i manifesti elettorali, non è
giusto fare pressioni in gruppo su una famiglia che si accinge a votare,
non è giusto accendere un fuoco e cucinare nelle vicinanze del seggio e
tantomeno presentarsi al voto armati. Tutto è spiegato con dei bei disegni
colorati, dai quali spira un’aria di tranquilla sicurezza.
Ed è proprio di quest’ordine e di questa tranquillità, reali e tangibili,
che mi parlano tutti. Me ne parla il maestro di scuola, con orgoglio, in
un inglese scolastico. « Abbiamo notizie che tutto sta andando bene », mi
dice. « In tutto il paese, salvo in un paio di posti. Non ci sono state
violenze, nessuna intimidazione - ribadisce sorridendo. Questa volta ce la
faremo. » Il paio di posti in questione, lo si saprà una settimana dopo,
sono nel Terai, dove la guerriglia non è stata debellata. In questo caso è
una minoranza, la minoranza madhese, che rivendica l’autonomia e da almeno
sei mesi blocca i rifornimenti in carburante in provenienza dall’India.
Un soldato esce dal seggio e cortesemente invita un uomo che sta fumando
una sigaretta ad allontanarsi di qualche metro. L’uomo acconsente senza
sollevare obiezioni, si sposta di alcuni passi e riprende a chiacchierare.
Poco dopo le due, il soldati che smistano i votanti bloccano l’ingresso con
qualche ramo messo di traverso e fanno cenno alla gente in coda di
disperdersi. Che sta succedendo, chiedo qua e là. Niente. Solo un momento
di pausa per permettere alla commissione di bere il té. Grandi thermos
cinesi colorati vengono trasportati all’interno del cortile. I maschi
sciolgono le fila.
Le donne invece continuano a starsene bene in coda, abbracciate l’una
all’altra. All’interno del seggio soldati e commissari sorseggiano il té
seduti ai tavolini della scuola che fungono da scrivanie.
Una vecchia tibetana attraversa il prato camminando lentamente
accompagnata da due uomini. È vestita con l’abito tradizionale ed esibisce
due grandi orecchini d’oro ai lunghi lobi avvizziti. Ai piedi, un paio di
ciabatte. « È partita stamattina prima dell’alba dal suo villaggio », mi
spiega il maestro di scuola. « Ha camminato almeno otto ore per arrivare
qui a Langtang a votare. » La accompagnano i due figli. Uno di loro la
tiene par mano. La vecchia non perde tempo a riposarsi. Si mette
direttamente in fila dietro alle altre donne, la faccia rugosa e
incartapecorita dal sole. Un ragazzo accorre e le mette in mano un
bigliettino bianco. Un bigliettino qualunque, strappato da un quaderno.
« Come si procede all’identificazione degli elettori ? », chiedo al
maestro. Sono perplessa. Coloro che esibiscono i documenti, infatti, sono
una minoranza. « Lo vede quel vecchio ? » mi fa l’uomo indicandomi un uomo
che se ne sta seduto ad un tavolo all’interno del recinto. « Lui è la
memoria storica di questa valle. È sempre vissuto qui e conosce tutte le
famiglie. Quando gli si presenta di fronte un volto estraneo lui sa fare
le domande giuste. "Chi sei ? Come si chiama tuo padre ? E tua madre ?
Dov’è il tuo villaggio ? Chi è tuo cugino ? E il lama del tuo villaggio
come si chiama ?" . Nessuno sfugge all’interrogatorio di Dzochen. Lui,
Dzochen, conosce tutti, o quantomeno la storia di tutte le famiglie della
valle. È lui, Dzochen, il nostro registro degli elettori. Ed è
estremamente affidabile.... ».
Apparentemente, la vecchia accompagnata dai figli non è l’unica elettrice
che ha dovuto percorrere delle lunghe distanze per raggiungere il seggio.
Langtang è il capoluogo di una regione montagnosa. I villaggi sono
lontani, a volte a più di un giorno di marcia. Un ragazzo mi spiega che in
molti sono arrivati al villaggio fin dalla sera prima, per essere pronti al
voto la mattina presto e riuscire a rientrare a casa loro entro sera.
Alle 5 del pomeriggio i seggi chiudono puntuali. Hanno potuto votare
tutti. Le donne in fila. La gente venuta da lontano. Attorno alla scuola
si formano dei capannelli. Uomini, per la più parte. Nesuno sembra
infastidirsi se gli viene chiesto il nome del candidato a cui ha dato la
preferenza. Prachanda, rispondono quasi tutti. Un uomo indica i miei
occhiali da sole. Sono interdetta e poi ricordo che tra i partiti ce n’è
uno il cui simbolo è proprio un paio di occhiali. Poi l’uomo ride e se ne
va. Un giovane tibetano, rappresentante di una ONG di stanza a Kathmandu,
mi si avvicina e sottovoce in inglese mi dice che non è vero, che tutti
annunciano che hanno votato per Prachanda, ma che lo fanno per paura,
perché non si sa mai. Qui i maoisti, aggiunge, la fanno da padrone.
Le donne, ad eccezione di alcune vecchie che chiacchierano sedute a terra,
si sono allontanate. Un gruppo di bambini gioca nelle vicinanze. Si
lasciano scivolare lungo una breve discesa di fango in bilico su alcuni
pezzi di plastica o su alcuni grossi cartoni. Li usano come slitte. Una
bambina raccoglie dell’acqua dal torrente e la versa coscienziosa sulla
discesa per renderla più liscia e scorrevole.
Dopo l’ennesima cerimonia del tè le urne vengono sigillate sotto gli occhi
di quelli che sono rimasti. Un paio di soldati resta a guardia del seggio.
Domattina all’alba le urne verranno portate a valle. Sulla schiena, da due
portatori sherpa scortati dai soldati e dai rappresentanti dei principali
partiti. Tra tre giorni arriveranno a Dumche, e da là verranno trasportate
in un camion militare fino alla capitale per essere contate.
La sera al lodge i porter e le guide sono eccitati. Quando si sapranno i
risultati ? - chiedo. «Definitivi ? », risponde Norbu, una vecchia guida
himalyana che nell’85 aveva partecipato alla spedizione di Messner
sull’Annapurna e il Dhaulagiri. « Tra tre settimane », dice, come fosse
un’ovvietà.
Ma nei giorni successivi le voci rimbalzano da una valle all’altra. « Già
20 deputati !», mi confida, Dharma, a Kajin Ghompa. Lui è un bramino, mi
dice con orgoglio. E aggiunge : « Come Prachanda ! ». Tre giorni più
tardi, a Ghosaikund, Tashi, che è guida di montagna e nella stagione del
monsone, quando sono pochi i turisti occidentali che si inerpicano su per
le valli, fa il cantante a Kathmandu, spara la cifra di 102 deputati
attribuiti ai maoisti. « Ma come lo sai ? », gli chiedo. Siamo a 4800
metri, il giorno prima c’è stata una tempesta di neve, e sono in pochi
quelli che sono riusciti a raggiungere i laghi. La gente lo sa, risponde
lui, le voci corrono da una valle all’altra.
Fa freddo a Ghosaikund. I laghi sono in parte coperti da un sottile strato
di ghiaccio. L’aria è tersa e cristallina. Attorno alla stufa, la stessa
sera, tutti si stringono nelle coperte. Il vento gelido si infiltra tra le
assi di legno del rifugio e le radici che vengono introdotte regolarmente
nella stufa bruciano male e non riescono a scaldare la stanza. I porter
chiacchierano animatamente, sorseggiando il rakhsi. Nelle conversazioni, a
tratti, sento pronunciare il nome di Prachanda.
Voglio capire.
A Langtang, a Kajin Ghompa e Syabru Thule i maoisti hanno stravinto. Com’è
possibile, chiedo. Com’è possibile che dei rifugiati tibetani, gente che è
scappata dal Tibet per sottrarsi alle vessazioni dei cinesi, abbia votato
compatta per l’uomo che è amico della Cina e che neanche tre anni fa
assumeva a modello i khmer di Pol Pot ? « La gente vota come dice loro di
votare il capo del villaggio », mi spiega Tashi. « E il capo del villaggio
è una persona saggia. Sa che la vittoria dei maoisti metterà fine alle
requisizioni, alle estorsioni, ai reclutamenti forzati. Se vince Prachanda
il paese ritroverà finalmente la pace. » Ma lo sa la gente che cosa ha
fatto Pol Pot, che cosa è successo in Cambogia ? Tashi, non capisce. Mi
guarda sorridendo. « Se Prachanda non farà quello che ha promesso, dice,
la gente lo manderà via. Due anni fa siamo scesi in strada per dire basta
al re. Faremo lo stesso con Prachanda. ». Sto per parlare del rischio che
la stampa venga messa a tacere, che le ONG se ne vadano, che le agenzie
turistiche considerino il Nepal un paese poco affidabile, ma non dico
niente. Tashi è sicuro e fiducioso. E forse le mie categorie, il mio
concetto di democrazia, qui, non funziona.
Qui c’è la neve. L’aria è rarefatta e c’è tanto silenzio.
Data: 20/06/2008
L'autore
Chiara Milanesi ha attraversato gran parte del mondo a piedi convinta che sia l'unica maniera per sfuggire al dilemma di Kierkegaard: gli esseri umani sono infelici perché ad ogni scelta corrispondono molteplici rinunce? Ebbene, tira una linea dritta da un posto del mondo all'altro e percorrila...
Altri capitoli di questo racconto:
Discuti di quest'argomento nel forum
-> Nepal