Batam, le due facce dell'Indonesia
Nei resort, un'Indonesia sterilizzata e bacardizzata per soddisfare i turisti stranieri. Fuori, l'Asia al naturale, senza trucco, nella quale sopravvivere conta piu' che lavare un bicchiere prima di versar da bere. Ammesso che ci sia qualcosa da bere.Area:
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Asia, differenze culturali, Indonesia

Sabato mattina, giorno di San Valentino.
Mia moglie ha organizzato un weekend a sorpresa a ... appunto, non si sa.
La quantita' di cose che ha messo nel trolley mi fa pensare ad una via di
mezzo tra una due-giorni in una localita' dei dintorni ed un viaggio di
sei mesi intorno al mondo. Non proprio in sintonia col principio del
viaggiare leggeri che vorrei
rispettare piu' che in passato, pazienza.
Sabato mattina, dicevo. Gia' l'alzarsi presto nel fine settimana e' un
crimine contro Morfeo, e speriamo che questo non sia un reato, qui a
Singapore dove viviamo in questo periodo. Sono le otto di mattina; per una
volta, non provo neppure a convincere la mia dolce meta' a prendere un
mezzo pubblico: il taxi va benissimo. La prima destinazione della giornata
e' Tanah Merah, uno dei terminali per i traghetti locali. "Locale", a
Singapore, ha un significato difference che a Milano, Parigi o Londra.
Nella piccola isola-stato asiatica, i trasporti locali ti portano in
Malesia ed Indonesia. La Malesia e' raggiungibile da Singapore tramite due
ponti, e l'Indonesia e' ad una ventina di chilometri, via mare. Otto e
venti, siamo arrivati al Tanah Merah Ferry Terminal. Il numero di battelli
in partenza dal terminale (troppo piccolo per chiamarlo porto) non e'
elevato, per cui la riservatezza ostentata da mia moglie riguardo alla
nostra destinazione non mi impedisce di fare due calcoli: siamo
all'estremita' orientale di Singapore, per cui probabilmente non stiamo
per andare in Malesia, scomoda da raggiungere da qui, rispetto ad altri
moli e porti e imbarchi a Singapore. Propendo per una delle isole
indonesiane. Non in direzione di Sumatra, che e' ad ovest, ne' Giava, che
e' lontana. Giava ... Sumatra ... le Isole della Sonda ... ancora mi
stupisco di vivere in questi posti, che mi fanno pensare a Salgari e al
Corto Maltese di Hugo Pratt; neppure so se Corto Maltese sia mai stato in
questi mari, ma pieni di pirati e di occasioni come sono, gli sarebbero
piaciuti.
Batam. La nostra destinazione dev'essere l'isola di Batam, intuisco
in base agli orari e alle destinazioni dei battelli in partenza. Il nostro
parte alle dieci, e quasi lo perdiamo, visto che ci mettiamo dietro ad una
coda di gente che ha deciso di stare in piedi con un'ora e mezzo di
anticipo sul loro traghetto, che parte alle undici. Arriviamo all'imbarco,
ed ecco il battello: veloce, basso, un centinaio di persone a bordo; faccio
fatica a chiamarlo "traghetto", pensando alle grandi navi che collegano
Francia e Inghilterra, o ai traghetto verso Sardegna e Corsica.
A bordo, l'aria condizionata e l'insonorizzazione sono utili, ma la
navigazione tende verso il selvaggio andante, con cambiamenti di direzione
che, magari anche lievi, sono sufficienti a mandare quasi KO il mio stomaco
e quello di vari altri passeggeri.
Arriviamo dopo mezz'ora, e poi perdiamo tempo per fare il visto d'ingresso
dopo essere sbarcati. Saliamo su un pulmino dell'albergo. Vedo che ci
dirigiamo in direzione opposta alla citta': in meno di dieci minuti
arriviamo, con mia sorpresa, ad un grande
resort. Nella mia
immaginazione (e nelle mie letture), l'Indonesia e' un caos brulicante di
umanita'; il Turi Beach Resort, invece, mi ricorda il Berjaya di Tioman
Pulau: un mini-paradiso isolato dall'area circostante. E qui, isolato
significa anche difeso: se al resort malese di Tioman Pulau ("pulau"
significa "isola" in lingua malay) avevamo visto un paio di custodi, qui
ci sono addetti alla sicurezza muscolosi e, mi pare, armati. Mentre
svolgiamo le pratiche del check-in ci vengono offerte delle bevande al
miele e zenzero. Buone! Arriviamo al nostro bungalow e diamo un'occhiata
in giro: due piscine, una di forma sinuosa e con bar semi-immerso, l'altra
di forma rettangolare e disposta su due piani. Piscine in riva al mare...
sono troppo vecchio per capire queste cose. C'e' anche una parete per
arrampicata artificiale, ma per quello sono invece troppo pigro, perlomeno
oggi. Sotto il tetto del bungalow (solo all'esterno) ci sono una dozzina di
pipistrelli che dormono a testa in giu'.
Convinco mia moglie che esplorare la citta' e' meglio che passare il
pomeriggio in piscina, e saliamo su un taxi, concordando la tariffa prima
di partire. Ci vorra' un po' per abituarsi all'ordine di grandezza dei
prezzi indonesiani: per il taxi sono centomila rupie, equivalenti a sei
euro e mezzo. Suona molto meglio, quel prezzo, in euro. L'autista guida
veloce e passa troppo vicino agli altri veicoli, mi pare. Ci sono tante
auto nuove, e tanti "motorini" moderni: dico "motorini", ma in realta'
hanno la struttura da ciclomotore ma il motore da 125cc. Questi motorini
gigani trasportano carichi strabilianti, come visibile in
questa galleria
fotografica. Attraversiamo campagne in cui sono in costruzione aree
residenziali, il manto stradale e' ottimo e il traffico scorre veloce. Il
tassista ci lascia a Nagoya Hill, il centro commerciale piu' "occidentale"
(per stile, non per posizione) della citta' di Batam. Al piano piu' basso
troviamo tanti negozi di elettronica, peccato non espongano i prezzi, non
amo tirare sul prezzo, ma in buona parte dell'Asia questo e' il solo modo
per fare acquisti senza venir pelati. Saliamo, un'ampia galleria (non nel
senso italiano di tunnel, ma in quello internazionale di "salone") ospita
tanti ristoranti, da quelli locali alle catene occidentali (non solo
McD...). Mangiamo in un ristorante indonesiano, pesce, riso, frutti di
mare e qualche contorno, spendendo poco, ma trovare qualcuno che capisca
l'inglese non e' facile, e noi non parliamo indonesiano. Facciamo una
passeggiata fin troppo lunga dentro il Nagoya Hill Shopping Mall, anche
grazie alle scale mobili che, quando arriviamo al secondo piano, scopriamo
essere tutte in arrivo. Diciamolo meglio: se dal primo piano volete andare
al secondo, troverete scale mobili; se dal terzo volete scendere al
secondo, troverete scale mobili. Se pero' siete al secondo piano,
rischiate una sorpresa: non ci sono scale mobili che portino ad altri
piani! Dubito che sia una situazione permanente, altrimenti il secondo
piano di quel centro commerciale potrebbe venire ribattezzato "Il posto
dove i clienti arrivano e rimangono per il resto della loro vita".
Probabilmente si e' trattato solo di uno sbaglio temporaneo, ma vedere che
tutte le scale mobili portano ad un piano, e che da quel piano non ci sono
ascensori ne' scale mobili che portino altrove, e' stata una piccola
dimostrazione di come a volte si importino cose che non appartengono ad
una cultura locale e che si finisca con l'usarle senza comprenderle. Ci
sono tanti esempi piccoli e grandi, in tutto il mondo e in tutti i campi:
alcuni miei conoscenti inglesi annegano la pasta scotta in un sugo
liquido; tanti manager italiani parlano di "layout" senza sapere a quale
parola italiana corrisponda. E via cosi'.
Troviamo infine un'uscita seminascosta che porta fuori dal centro
commerciale. Si sente il mullah di una vicina moschea che invita alla
preghiera: l'Indonesia e' un Paese musulmano, cosa di cui a volte ci si
scorda. Iniziamo a camminare senza una meta particolare, seguendo un ampio
viale che spero ci portera' in un'area piu' interessante di Batam. Siamo
gli unici turisti, e ci sono poche persone che camminano, in questo
momento. Tutti i tassisti di passaggio si fermano ed si offrono per
trasportarci. Tante auto passano e suonano il clacson: l'impressione e'
quella di esserci trasformati da turisti ad attrazioni semoventi. E oltre
a noi, di attrazioni in giro non ce ne sono molte: a parte un fiume che e'
una fogna a cielo aperto, la citta' sembra una miscela di negozi di
prodotti elettronici ed edifici fatiscenti, sporcizia ed auto nuove,
cartelli per una campagna elettorale (le scritte sono in indonesiano, ma
le facce dei politici sono le stesse ovunque) e alberghi costosi. Alberghi
per chi, mi chiedo, visto che l'unica faccia occidentale in giro e' la mia,
a parte due tedeschi visti al centro commerciale, e che l'unica faccia
sino-asiatica in giro e' quella di mia moglie. Dico "sino-asiatica" per
dire cinese/giapponese/coreana, visto che, come dimostrato da
www.alllooksame.com, distinguere un cinese da un
giapponese da un coreano non e' facile neppure per un cinese, un
giapponese o un coreano. Comunque, a parte l'assenza di occidentali e
sino-asiatici, si nota anche la mancanza di persone d'aspetto
indiano. Se ci sono turisti che usano gli alberghi di questa zona,
probabilmente sono turisti indonesiani. Per contrasto, al Turi Beach
Resort la maggior parte dei turisti sembravano singaporiani di etnia
cinese, con una larga minoranza di occidentali, tra cui varie coppie russe
fatte con lo stampino: lui tatuatissimo, lei bionda siliconata.
L'ennesimo automobilista che abusa del suo clacson mi risveglia dal
torpore che mi ha avvolto camminando a Batam. Fa caldo, ma non tanto caldo
da doversi riparare dal sole, oggi. Perche' suoneranno il clacson? Non c'e'
traffico, e le auto che suonano lo fanno quando passano vicino a noi. Mia
moglie ed io non portiamo abiti vistosi o discinti, per cui il clacson non
sembra suonato "all'italiana" ("A' mora, che **** checciai!"). Suonano per
offrirci un passaggio a pagamento, anche se non sono tassisti? Suonano per
salutarci e darci il benvenuto? Suonano il clacson ciascuno per un motivo
diverso che non conoscero' mai, a meno di fermarli uno per uno e chiedere
quale sia questo motivo? Arriviamo vicino ad un McDonald's, e metto da
parte i miei principi anti-cibo globalizzato (niente McD, niente
Starbucks, niente KFC ... anti-globalizzazione sembra un sinonimo per
anti-americanismo, come se noi italiani fossimo immuni dall'uso degli
sweatshop... fammi controllare un po' dove sono fatte le magliette
Kappa, le camicie Armani, le scarpe Lotto e Ellesse...), ed entriamo. La
minuscola ragazzina musulmana che, dietro al bancone, prende il nostro
ordine parla l'inglese migliore che ci sia capitato di sentire da quando
siamo usciti dal resort: preciso e ben pronunciato. Beviamo due succhi di
frutta a testa, spendendo circa un euro e mezzo. Le ragazze che lavorano
in questo McD hanno tutte la testa coperta da un velo nero. Trovo
paradossale che McD sia, qui e ora, un punto d'incontro tra stile di vita
statunitense e tradizioni musulmane, la cui convivenza e' spesso
difficile.
Nella passeggiata dal centro commerciale Nagoya Hill al McD non abbiamo
visto quasi niente che fosse interessante a sufficienza da farmi tirare
fuori dallo zaino la macchina fotografica. Decidiamo di ritornare
all'albergo-resort-bungalow e ai nostri teneri pipistrelli. Il tempo di
iniziare ad accennare a, forse, alzare una mano, e si fermano tre taxi.
Saliamo in uno, diamo indicazioni, e capiamo che il tassista parla inglese
come noi parliamo aramaico antico: poco e male. Pero' guida meglio del
tassista che, all'andata, aveva fatto "rasetta" a vari motociclisti
sovraccarichi. Passiamo il posto di controllo all'ingresso del resort e,
pochi metri piu' avanti, notiamo movimento sulla strada. Scimmie. Paiono
babbuini, ma scompaiono nella boscaglia troppo in fretta per
un'identificazione precisa. Arriviamo alla reception, e il modesto inglese
del tassista gli e' sufficiente per dirci che gli dobbiamo
centocinquantamila rupie. Chiediamo ad uno dei dipendenti del resort se
parla inglese, risposta negativa, lui chiama un altro collega, Franck
(sic), che ci aiuta a tradurre la frase "Ci pigli per il culo?
Centocinquantamila sono troppe!" in indonesiano. Il dipendente del resort
ce ne mette anche del suo; ci accontentiamo di pagare centomila rupie,
Franck ci dice che avremmo dovuto insistere per scendere fino a
ottantamila. Va bene cosi, gli diciamo, e lo ringraziamo per l'intervento.
Franck ritorna dietro al banco della reception prima che possiamo decidere
se dargli una mancia o meno.
Nel nostro bungalow notiamo ora un certo lusso cui prima non avevamo dato
peso: marmo e granito in bagno, per esempio. Cose che si notano piu'
facilmente dopo una passeggiata in citta'.
Usciamo e percorriamo un sentiero lungo il mare. In tasca, il cellulare
riceve SMS che ci danno il benvenuto in Indonesia (solo ora?). Piu' tardi,
nel ristorante del resort, altri messaggi ci diranno che siamo entrati in
Malesia. Ma se e' un ristorante giapponese! Continuando sul sentiero noto
un varano. Non un varano di Komodo, isola indonesiana ben piu' ad est: un
varano qualsiasi, lungo un metro esclusa la coda, agile a sufficienza da
scivolare sulle rocce vicino al sentiero, scomparendo nella vegetazione
prima che io possa avvicinarlo. Due metri sopra il sentiero: mi giro per
vedere il mare, gli edifici del resort, il pontile su cui si trova un
disco-bar. Ci vorrebbe un attimo, per il varano, per saltare fuori dai
cespugli ed attaccarmi. Per fortuna non sono carnivori, i varani. Uhm...
cosa mangiano? Uova, pesci, roditori ...
i varani NON sono
vegetariani! In realta' questo non rende piu' pericolosa la mia
posizione: dubito che abbiano una vista tanto scarsa da scambiarmi per uno
uovo, una trota o una lontra. Scendo dalla roccia, continuiamo la
passeggiata. Il sentiero diventa una passerella sul mare, a causa
dell'alta marea, poi termina di fronte ad un divieto d'accesso: inizia la
proprieta' di un altro resort. Dietrofront. Il disco-bar e' chiuso,
ritorniamo verso il resort, ma troviamo scimmie sul sentiero. Scimmie!
Scatto decine di foto ma il fogliame degli alberi rende semibuia
quest'area. Andiamo in piscina: illogica per me (c'e' il mare a poche
decine di metri), ma molto bella e piacevole, devo ammettere. E profonda:
quella piccola arriva ad una profondita' di due metri e quaranta!

Dopo una rinfrescante nuotata, l'appetito si risveglia e
decidiamo di cenare. Tra i vari ristoranti presenti nel resort scegliamo
quello giapponese, che offre classica cucina
teppanyaki, col cuoco che cucina
davanti ai clienti su una piastra metallica, affettando, lanciando e
incendiando il cibo. La cena e' buona, non abbondante ma giusta, come
quantita'. D'altronde, il Giappone ha meno problemi di obesita' di altre
Nazioni, e non si arriva ad un risultato simile con porzioni
all'americana.
Dopo cena passeggiamo sul pontile, sono le dieci di sera e ci sono
pochissime persone in giro. Saranno gia' a dormire, o si staranno
preparando per uscire? Sia come sia, noi rientriamo nel nostro bungalow, e
poco dopo siamo gia' nel mondo dei sogni. Fino alle quattro di mattina,
quando un rumore mi sveglia e inizio a scrivere (sul cellulare): nella
camera, o molto vicino al di fuori, c'e' un animale non identificato che
fa tch-tch-tch ("ma non ci senti? Io faccio ph-ph-ph", avra' magari
pensato l'animale). Abbiamo una zanzariera intorno al letto, ma con quella
"voce" la
bestiola non sembra davvero una zanzara; magari sara'
semplicemente uno dei pipistrelli sopra l'ingresso. Non mi riaddormento.
La colazione al Turi Beach Resort e' tramite buffet, come in quasi tutti i
resort: decine di vassoi da cui servirsi. Noi scegliamo bacon, salsicce,
uova e quanto di piu' simile ad una colazione all'inglese ci sia; salsicce
e bacon, comunque, non sono di maiale, l'Indonesia e' una Nazione musulmana
(ieri sera a cena avevamo bevuto birra, ma forse nel ristorante giapponese
valevano regole giapponesi...). Dopo colazione andiamo nella sala
massaggi, dove mia moglie e' lieta di vedere che tutte le massaggiatrici
del resort sono poco attraenti e vestite in una sobria uniforme. Io sono
meno lieto nello scoprire che un'ora di massaggio molto "soft" e non
sufficiente a rilassarsi costa cento dollari - in due -, quindi circa 50
euro. Questi sono prezzi degni della ben piu' ricca Singapore...
E' una torrida domenica, e ci buttiamo in piscina. Forse ci sarebbero
altre cose da fare, altri posti da vedere, ma la voglia non c'e'. Avevamo
prenotato il traghetto (o e' un aliscafo?) delle sedici e trenta per
ritornare a Singapore, decidiamo invece di prendere quello delle due.
All'imbarco, le code sono un'opinione: non c'e' aggressivita' e non ci
sono scavalcamenti sfacciati, ma non si capisce quale sia la coda e quanto
sia larga. La navigazione e' molto piu' tranquilla che all'andata, e la
quantita' di uomini olandesi presenti a bordo, con le loro dozzine di
lattine di birra e le loro mogli - o fidanzate, o domestiche - indonesiane
che badano a bimbi in passeggini.
All'arrivo a Singapore, il controllo dei nostri documenti dura meno di un
minuto, come al solito. Fuori dal Tanah Merah Ferry Terminal i taxi sono
troppo pochi e l'attesa e' lunga, una ventina di minuti. Ma siamo a
casa.
Non penso visitero' ancora Batam, ma continuo ad essere curioso nei
confronti di altre parti dell'Indonesia, la quarta nazione piu' popolosa
del pianeta: Giacarta, il Borneo, Komodo e i suoi varani, Sumatra e il
lago Toba.
Data: 31/03/2009 - aggiornato: 04/11/2009
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