Islanda: strade bianche di neve e ghiaccio

Quattro ruote motrici sono meglio di due

06 dicembre 2017 FOTOREPORTAGE Tempo lettura 9'

Come si fa a raccontare, a spiegare un Paese attraverso le sue strade? Negli Stati Uniti amano i ragionamenti lineari, quindi le loro strade sono diritte e dirette? In Italia preferiamo un modo di pensare piu' arzigogolato, e le nostre strade, tortuose e con frequenti curve cieche, riflettono quest'atteggiamento? Forse sono inversioni del rapporto causa-effetto, nel senso che è la morfologia del terreno che influenza il nostro modo di pensare; sicuramente sono semplificazioni, visto che le strade devono adattarsi al mondo che c'è al di fuori, più che a quello che c'è dentro di noi.

Eppure/ciononostante/appunto mi ritrovo a scrivere per la terza volta di strade islandesi: la prima volta nel febbraio 2016 in Strade d'Islanda, la seconda in strade nere d'Islanda, in cui evidenziavo la mancanza di neve e la prevalenza del colore nero nel panorama di quest'isola dell'Atlantico. Ora, dopo la terza visita in Islanda, mi trovo di nuovo a ... cercare scuse per pubblicare foto delle strade islandesi. Perché alla fine, se non viaggi in pullman o con un autista, in Islanda ti ritrovi a passare tante ore in auto, con o senza macchina fotografica a portata di mano. E qualche cosa interessante la si vede anche solo guardando dal finestrino.

Dimenticavo: in queste settimane ha nevicato parecchio, in Islanda, e il panorama è irriconoscibile rispetto a febbraio. Abbiamo scelto di visitare il nord dell'isola anziché la costa meridionale, quindi abbiamo visto poche cascate, pochissime città e villaggi, e zero ghiacciai.

Se volete vedere solo le foto senza leggere il testo, cliccate sulla prima foto e usate la freccia sulla destra per procedere. Se leggete questa pagina su uno smartphone, meglio metterlo in orizzontale, visto che le foto sono larghe e basse.


La foto sopra mostra un veicolo che abbiamo incrociato spesso: un camion spalaneve. Da lontano noti solo una nuvola bianca, quando lo raggiungi noti delle lucette rosse nella nuvola, come se ci fosse un maligno alieno nascosto in un batuffolo di cotone, poi - al momento di sorpassare - noti finalmente la sagoma del veicolo. Gli autisti di solito rallentano un pelino, quando esci dalla loro scia nuvola, per facilitare il sorpasso.


A sud, vicino a Reykjavik, c'era ancora poca neve, quando siamo partiti, e non faceva neppure tanto freddo: un paio di gradi sotto zero. Nei giorni successivi la temperatura si è stabilizzata tra i -5 e i -10 gradi.


Di camion se ne vedono tanti, e trattandosi sempre di guidatori locali (non abbiamo visto alcuna targa straniera quest'anno), vanno a velocità che persino un turista ubriaco incosciente considererebbe folli ("Eh, si vede che conosce la strada", diciamo quando vediamo uno che guida cosi' sulle colline italiane).

Quando vedi il camion nello specchietto retrovisore ti pare di essere in Duel, inseguito da uno sconosciuto, enorme camion maligno che si avvicina sempre più e vuole buttarti fuori strada. Altre volte il camion ti viene incontro, spesso in un lungo rettilineo, magari procedete tutti e due a novanta all'ora, e ti ritrovi a misurare nervosamente a occhio la larghezza della strada per vedere se ci passate entrambi. A volte la neve accumulata ai lati della strada obbliga entrambi a rallentare, altre volte il vento è cosi' forte da spostare la tua auto, soprattutto se è piu' alta che larga, come la Panda Cross che abbiamo noleggiato a Keflavik.


Usciamo dal bed & breakfast vicino a Akureyri, lungo la costa settentrionale, e troviamo la strada ghiacciata, col sole che è appena visibile al di la' delle colline. Non è mattina presto: è mezzogiorno. In novembre il sole sorge dopo le dieci di mattina e tramonta verso le quattro del pomeriggio, ma è sempre molto basso sull'orizzonte. In occasione del solstizio d'inverno (21/12) le ore di luce si riducono a quattro a Reykjavik, e al nord sono meno di tre. Non è buio tutto il giorno, ma la luce è poca.

Andrea, la padrona di casa del B&B Petersburg, ci consiglia ogni giorno di metterci alla guida presto, perché col procedere della giornata aumentano i rischi che una strada venga chiusa per maltempo. Anche la statale 1, arteria essenziale dei trasporti sull'isola? "Si', anche la Uno", risponde Andrea quando glielo chiediamo.


Nell'eterna lotta tra La Strada e Il Tubo, a volte vince Il Tubo, questa volta ha vinto La Strada. E per fortuna, perché se avessero messo il tubo dritto facendo un mini-cavalcavia per la strada, sarebbe stato molto ripido.
La mia vocina immaginaria in stile Magnum PI


Sulla strada che sale verso il cratere Víti (significa inferno) del vulcano Krafla non incontrerete molte auto, per fortuna. Qui è facile restare bloccati nella neve che c'è a meta' della strada, quindi meglio avere un veicolo un po' alto da terra, e magari con quattro ruote motrici. La nostra Panda ha una manopola etichettata "Terrain Control": dopo qualche deriva laterale sulle strada principali a causa del fondo stradale ghiacciato, giriamo la manopola da "Auto" - selezione automatica del numero di ruote motrici - a "Off-Road", in modo da avere sempre la trazione sulle quattro ruote, almeno fino a 50 km/ora.

Siamo nel comune di Reykjahlíð, vicino al turistico lago Mývatn. Acque termali ovunque, anche sotto la neve e il ghiaccio.


La strada continua a salire ...


Nuvole di vapore presso l'impianto ad energia geotermica di Krafla, vicino all'omonimo vulcano. La stazione geotermica è visitabile. Il vulcano è visitabile. Tutto è visitabile, ma un'auto un po' alta, e possibilmente a quattro ruote motrici, è altamente raccomandabile. Anzi, non provate neppure a fare questa strada, senza 4WD. C'è tanta neve e, sotto, ghiaccio. In cima, sull'orlo della caldera del vulcano, c'è solo un fuoristrada con una comitiva di Hong Kong. Parcheggiamo in fila dietro di loro, poi arriva una coppia di ragazze sud-coreane con un SUV, parcheggiano dietro di noi; al momento di ripartire ci ritroviamo, una delle due ragazze coreane ed io, a spiegare al guidatore dell'altro fuoristrada che se non si muove lui (che ha uno spiazzo davanti), non possiamo muoverci neanche noi, visto che scendere in retromarcia non pare una buona idea.


Sulla strada che porta al vulcano Krafla abbiamo incrociato varie auto che erano uscite di strada, eccone una. Dopo che l'argano dell'autosoccorso ha rimesso in strada questa vettura, i suoi passeggeri hanno impiegato una quindicina di minuti a ripulire i tappetini dell'auto e le loro giacche a vento dalla neve, mentre noi aspettavamo che si levassero . L'autista dell'autosoccorso, un islandese robusto e anziano, guarda verso di noi, a una ventina di metri, e allarga le braccia: il gesto internazionale per dire "Cosa ci posso fare, questi non hanno rispetto per gli altri".


Una strada pulita e quasi senza neve.

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Al ritorno, guidando da Akureyri verso Keflavik, abbiamo seguito il consiglio di Andrea e siamo partiti relativamente presto (alle nove), visto che c'era il serio rischio di trovare la strada 1 chiusa nel tratto montano tra Bakki e Akrahreppur, e di dover quindi fare un lungo giro passando per Ólafsfjörður e gli altri fiordi a nord di Akureyri. Guidiamo al buio, con un fortissimo vento che scuote l'auto a destra e a sinistra e che ci spara addosso tanta neve. Nonostante l'aria calda pompata dal condizionatore, il parabrezza della Panda gela progressivamente, lasciando un oblo' di dimensioni sempre piu' ridotte davanti a me, costringendomi infine a fermarmi. Lo ripulisco e ripartiamo.

Incontriamo un'auto uscita di strada, poco piu' avanti c'è un'auto ferma. Potrebbero essersi fatti male uscendo di strada, mi rimetto giaccone, berretto e guanti e scendo a controllare. Quando passo di fianco all'altra auto ferma vedo due ragazzoni, dentro. Uno si accoda e raggiungiamo la berlina piantata fuori strada, nella neve: dentro, un ragazzo e una ragazza asiatici (coreani? Cinesi?). Con l'altro soccorritore, che è statunitense, esaminiamo la situazione: anche se avesse quattro ruote motrici, quell'auto si troverebbe comunque immersa in troppa neve, e troppo morbida, perché le gomme possano far presa. Suggerisco di sederci sul cofano per cercare di riportare le gomme davanti a contatto con qualcosa di solido, ma sprofondo nella neve fino a meta' femore: mi torna in mente mia moglie che attende in auto, i quasi cinquecento chilometri di guida che ho davanti, e il rischio che la strada venga bloccata.

"There's no way we can pull you out", diciamo contemporaneamente l'americano ed io ai ragazzi in auto. Suggeriamo energicamente di chiamare il 112, il numero per le emergenze, ma il guidatore prima dice che non hanno un telefono (la sua ragazza ne ha uno in mano, ma forse non hanno il roaming) e allora offriamo i nostri, poi dice che non possono farlo perché l'autosoccorso costa troppo. Spiego loro che con un tempo del genere, la temperatura ben al di sotto dello zero, e la loro auto bloccata nella neve, il costo per un autosoccorso e' un investimento indispensabile. Ce ne andiamo, samaritani non ascoltati.

Rifletto sulla "zona della morte" dell'Everest, che è quell'area in cui gli alpinisti spesso rinunciano a soccorrere chi è in pericolo perché cio' metterebbe a rischio anche la loro vita. Non siamo a questi livelli, ma rischiare per qualcuno che ha i mezzi (telefono e, suppongo, carta di credito) per tirarsi fuori dai guai non è proprio il caso.


A volte le strade sono chiuse, in Islanda, per cui non c'è il rischio di uscire di strada. Questa era solo una strada secondaria, per fortuna!

Di Claudio @ VL, 06 dicembre 2017 | Tempo lettura 9' | 0 commenti | Scrivi
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