Quando lavori all'estero e non ti ricordi perche'


25/01/2008 | Autore: Claudio @ VL

Ho scambiato un paio di email con una amica che vive anche lei all'estero (isole britanniche). Alcune riflessioni, considerato che il lavoro che svolge attualmente (receptionist) non la soddisfa e non sembra adatto ad essere inserito nel suo curricula, e che quindi non rappresenta un punto di partenza per cercare un lavoro migliore, mi vengono in mente alcune cose...

Se si rimane in uno Stato perche' piace il posto (sole, mare, o fresco, montagne, o panorami, natura), o perche' li' c'e' una persona "speciale", allora lavorare li' ha un senso, e non importa quale lavoro fai; a me successe in passato, mi ero stufato di vivere in Inghilterra e, per un certo periodo, anche del mio lavoro nella ditta per cui ho lasciato l'Italia; ma non volevo lasciare la mia ragazza, che poteva lavorare solo in Inghilterra, per cui rimasi li'.

L'amica che mi ha scritto lavora come receptionist, e prima ha lavorato come cameriera in vari pub, nonostante una laurea in lingue. Cameriera e receptionist sono esperienze in settori contigui. Ma si trattera' dei settori in cui l'amica vuoi lavorare? Perche' se e' cosi', le conviene vedere fino a che punto e' possibile crescere professionalmente senza cambiare settore. Come receptionist, avra' la possibilita' di passare a funzioni gestionali nel settore alberghiero? E, soprattutto, lo vorra' fare? Non tutti amano organizzare e dire ad altri cosa fare. Mi pare che, nei lavori svolti dalla mia amica da quando ha lasciato l'Italia, l'inglese sia stato lo strumento principale, e il contatto con la gente per migliorare la lingua sia stato l'obiettivo principale. Ma il riuscire a parlare due (o tre, o quattro) lingue diventa utile solo per fare da "interfaccia" tra due persone, o tra una persona e un'organizzazione, che non parlino la stessa lingua. Il che limita le possibilita' professionali: interprete, traduttrice, assistente di un manager. Comunque, persona che mette in secondo piano eventuali altre competenze, e si "vende" professionalmente solo per la capacita' di tradurre da una lingua all'altra. Il che significa tradurre quello che altri dicono, e restare senza una propria voce.

Il parlare benissimo una lingua non tua (l'inglese in questo caso) non e' proprio un badge of honour, rimanendo nelle Isole Britanniche, dove tutti parlano inglese: e' altrove, che il parlare bene l'inglese diventa un utile asset. In Gran Bretagna e in Irlanda (e negli USA, Canada, Australia), viene dato per scontato che una persona parli bene l'inglese. Un conoscente e' tornato in Italia dopo una decina d'anni di lavoro in Paesi in cui si parla solo inglese. Ora fa traduzioni a tutto spiano, e forse aprira' una piccola scuola di lingue. L'inglese diventa una fonte di lavoro in se' solo lasciando i Paesi anglosassoni, come ha fatto lui...

L'amica che vive oltre manica risiede in un'area con molti centri assistenza di software houses europee e non, ma non vuole lavorare in un call centre, dice. Va bene. Ma i call centres sono come il lavoro da cameriera: un punto di partenza. Verso lavori migliori nel settore dell'assistenza utenti, o verso posizioni migliori nella stessa azienda. Una ex collega di lavoro era alla reception fino ad un anno fa, poi - causa dimissioni di colleghi, trasferimenti di altri colleghi in altre aree aziendali - e' stata spostata alla contabilita', che e' dove voleva andare. Non auguro alla mia amica di andare a lavorare in contabilita', ma ... entrando in una ditta, non si sa mai dove si finira'. Nel 1990 entrai come operaio in un'azienda torinese (no, non la FIAT). Non avrei mai sospettato che avrei trascorso sette anni in reparto a fare l'operaio. E neppure avrei sospettato che, nel 1997, mi sarei trovato a lavorare alla progettazione di parti auto, fino a diventare responsabile di due progetti nel 1999. Questo lo dico non per invitare tutti ad entrare in una grande azienda e fare lavori di cacca per sette anni, ma per fare notare che entrando in un'azienda di grosse dimensioni, e dimostrandosi svegli e attivi subito, il passaggio dal call centre ad un lavoro migliore puo' avvenire.

Parlando del settore traduzioni, le aziende del settore si dedicano sempre di piu' al coordinamento del lavoro di traduttori esterni, per cui mandar loro il tuo CV, come ha fatto la mia amica, serve poco. Non ci sono assunzioni, ci sono invece progetti e pagamenti a progetto. A me arrivano proposte di traduzione tramite www.proz.com, e ce ne sono altri, di siti che mettono in contatto traduttori freelance con potenziali clienti. Si tratta di lavorare da casa e di stare davanti al computer, cosa che la mia amica non gradisce. Io lo feci nel 2000, traducendo un motore di ricerca per una ditta anglo-svedese. Lavorai da casa, in biblioteca e anche in montagna, su un prato del Colle del Lys, tra una partitella di calcio e una di pallavolo con i miei amici. Mi ricordo quel lavoro, e sapete perche'? Perche' fui pagato bene, lavorai dove volevo e quando volevo, e fui responsabile di un progetto dall'inizio alla fine.


Argomenti: lavoro, vivere all'estero, Irlanda
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