Antropologia spicciola, Wanderlust, Migranti

Emigrazione esistenziale

Abbandonare la propria patria, trasformarsi in uno "straniero"

di ViaggiareLeggeri, 27 ottobre 2010 | Tempo lettura 3' | 0 commenti | Commenta

L'articolo di Wikipedia sulla emigrazione esistenziale e' interessante per i punti di contatto tra viaggiatori e "migratori esistenziali" (migranti? Emigranti? Migrazione? Emigrazione? Boh). Lo riassumo di seguito.

Il concetto di emigrazione esistenziale deriva da ricerche fenomenologiche (Madison, 2006) sulle vite di migranti volontari i quali hanno scelto di lasciare la loro Nazione d'origine per vivere da stranieri in un'altra Nazione. Secondo Madison, questo tipo di emigrazione non e' da assimilare a migrazioni economiche, semplice "desiderio di viaggiare" (wanderlust), esilio, o emigrazione forzata. "Emigrazione esistenziale" e' un tentativo di esprimere qualcosa di fondamentale sull'esistenza attraverso l'abbandono della propria patria e la trasformazione in uno "straniero".

Lo studio di Madison ha toccato temi che comprendono l'importanza del tentare di esprimere il proprio potenziale, l'importanza di liberta' ed indipendenza, l'apertura verso esperienze del mistero della vita, l'apprezzamento per differenze e "estraneita'" come stimolo alla consapevolezza individuale e all'ampliamento delle proprie prospettive. I soggetti presi in esame dalla ricerca hanno indicato una vistosa preferenza per cio' che e' strano e straniero rispetto a cio' che e' convenzionale e familiare.

Cosi' come il nuovo concetto di "emigrazione esistenziale", la ricerca di Madison propone anche una nuova definizioe di "home" (sia casa che patria) come interazione; la "sensazione di essere a casa" nascerebbe quindi da specifiche interazioni con cio' che ci circonda, e tali interazioni potrebbero avvenire ovunque e in qualsiasi momento. Questa definizione e' in contrasto con la comune definizione di "casa" come luogo geografico fisso, costante (stabile nel tempo e nello spazio). La ricerca pone inoltre in discussione le consuete definizioni di essere/sentirsi a casa, le sensazioni di estraneita' ed integrazione.

La ricerca di Madison che ha portato all'idea di emigrazione esistenziale mette in guardia sull'impatto psicologico della crescente globalizzazione. Non esistono molte ricerche sull'impatto della globalizzazione sulle esperienze individuali quotidiane, ma la ricerca in oggetto suggerisce che la il concetto di "casa" si stia affievolendo nella comunita' umana, che quindi starebbe entrando in un'era di "global homelessness".

Anche l'eventuale ritorno alla "casa originale", alla casa da cui ci si e' allontantati all'inizio del proprio personale percorso di migrazione, si trasforma in un'ennesima migrazione e non in un ritorno: se l'arredamento, i colori dei muri, gli animali domestici sono cambiati, la "casa originale" risultera' un luogo differente rispetto a quello da cui ci si era mossi; se, viceversa, nella "casa originale" tutto o quasi e' rimasto immutato, come in un tempio al tempo che fu, il farvi ritorno non dara' comunque la sensazione di un ritorno a casa, evidenziera' invece la distanza tra le esperienze accumulatesi nella memoria del migrante esistenziale, e i conseguenti cambiamenti nella sua visione del mondo (nelle piccole come nelle grandi cose: dalla fame nel mondo al verso della carta igienica in bagno), rispetto all'apparente immutabilita' della "casa originale". Eraclito avrebbe probabilmente commentato che la casa, nella sua stasi apparentemente eterna, e' morta.

Io, invece, rifletto su quanto sia cambiata la casa in cui nacqui tanti anni fa, dopo l'ennesima botta negli stinchi camminando al buio. Probabilmente e' arrivato il momento di ripartire.



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