Lavorare in Inghilterra: dov'è l'inghippo?

Differenze e similitudini rispetto ai lavori d'ufficio in Italia
19/10/2019 | Autore: Claudio @ VL

Lavorare in Italia e lavorare in Inghilterra sono cose differenti. Quando cerco di spiegare queste differenze inizio con gli elementi pittoreschi, poi passo a quelli professionali, gastronomici, e aggiungo tutto quel che mi viene in mente.

Per prima cosa spiego che tanti miei colleghi spesso vengono in ufficio in pantaloncini, maglietta e infradito. Alcuni di loro sono sui vent'anni, altri vicino ai cinquanta. Alcuni sono al primo impiego, altri sono amministratori delegati e direttori. Maglietta, pantaloncini e infradito, pensateci.

Altri colleghi canticchiano mentre lavorano, il che non è differente da quel che accade in tante altre ditte, ma di solito non negli uffici in cui si produce software, il che ti obbliga ad indossare cuffie o auricolari e ad ascoltare musica, in modo da non venire distratto da musica/conversazioni su cui non hai controllo.

In qualsiasi momento possono iniziare delle mini-partite di cricket, o sfide a mini-pallacanestro, sniperball (piazzare una palla anti-stress in un punto preciso dell'ufficio con un calcio ben assestato), sfide a minigolf, e a volte, se il numero di colleghi indiani e pachistani lo consente, kabaddi. A volte ci sono sfide a base di piegamenti sulle braccia: informatici contro assistenza clienti, colleghi sovrappeso contro colleghi sottopeso. Da noi il record attuale credo sia sui settanta piegamenti consecutivi.

Al mio interlocutore spiego che in varie aziende inglesi mi è capitato di assistere o partecipare a conversazioni sul cinema (a volte su cartoni animati giapponesi), che possono durare delle mezze ore e coinvolgere quattro-cinque persone. Sono conversazioni in cui ci vuole un po' di curiosità': quando senti cose come "Seven... si', ho sentito nominare quel vecchio film, prima o poi lo guarderò', ma mi hanno detto che fa dormire", se non sei curioso di scoprire qual è il Seven/Silenzio degli innocenti/Esorcista/Psycho dei tuoi colleghi più giovani, diventi semplicemente un vecchietto palloso, anche se hai solo quarant'anni.

Se poi ci sono eventi sportivi importanti (tipo il mondiale di calcio maschile, lo scorso anno), il mega-schermo in sala riunioni viene portato fuori e usato per trasmettere le partite (senza audio), e non solo quelle dell'Inghilterra: Corea del Sud - venne seguita con interesse, per esempio. Per le partite del mondiale femminile dello scorso Mondiale, invece, ci siamo accontentati di seguirle individualmente, su ciascun computer.

Ecco, questo non ce l'abbiamo, in ufficio, in Inghilterra. Ma uno o due cani sì.
Ecco, questo gatto non ce l'abbiamo, in ufficio, in Inghilterra. Ma uno o due cani dei miei colleghi spesso passano le giornate con noi.

A quel punto l'interlocutore medio si pone (e di solito mi pone) una di queste domande:
1) Ma non fate mai un piffero, in ufficio, in Inghilterra?
2) Ma lo sa, il capo, che non lavorate?
3) Ma vi controllano almeno un poco?
4) Il capoufficio non dice niente?

Rispondo in modo semplice, per evitare di causare traumi.
1) Il capo / i capi sono con noi e partecipano.
2) No, non ci sono telecamere visibili o nascoste.
3) No, non "timbriamo" quando iniziamo o finiamo la giornata in ufficio.
4) Non esiste il capoufficio.

A questo punto mi trovo di solito a dover ri-catturare l'attenzione dello stupito interlocutore, che ormai sogna d'essere pagato per giocare a calcetto in ufficio (abbiamo anche quello, ma piccolo). E ci provo parlando di cibo.

"Ieri c'era un caldo afoso. Alle quattro del pomeriggio mi si è avvicinata la nostra office administrator, ho tolte le cuffie, mi ha chiesto se volevo una birra. Ne ho chiesta una analcolica, perché poi devo guidare, e me l'ha portata. Ho ringraziato."

"Quindi è un paradiso", dice l'amico italiano che mi ascolta.

"No. Non c'è la mensa, e spesso, in Inghilterra, si mangia mentre si lavora, davanti al computer", spiego.

"Vabbè, ma è comunque un paradiso".

"... nel quale rischi di perdere il lavoro se dici la cosa sbagliata", ribatto. Dire quel che pensi è rischioso ovunque, come ho scritto in un paragrafo dedicato all' "ageism".

"Ma perché, licenziano, in Inghilterra?"

"In un attimo. Il preavviso di solito te lo pagano, cosi' non devi neppure passare in ufficio tutta la giornata, dopo essere stato licenziato. E non parlano di licenziamento: 'dobbiamo lasciarti andare via', dicono..."

"Pero' perlomeno pagano tanto, in Inghilterra!", dice il mio amico, tamburellando su una confezione di fette biscottate (che NON si trovano in Inghilterra, anche se abbiamo cose simili).

"Si', ma la vita costa molto, per cui uno stipendio annuo da quaranta o cinquantamila sterline all'anno non ti garantisce uno stile di vita all'altezza di quello che avevi in Italia con venti/venticinquemila euro all'anno."

"Tredicesima? Quattordicesima? Ci sono?", chiede, afferrando il tubo di fette biscottate

"No. Premi personali, occasionalmente. Non tutti gli anni. Di solito inferiori ad uno stipendio. E lo ripeto, NON garantiti."

"Ma... i contratti collettivi?", chiede l'amico, che ormai è abbracciato alla confezione di fette biscottate, il suo personalissimo oggetto transizionale.

"Non ne ho mai visti, in diciotto anni all'estero. Magari i metalmeccanici inglesi ce l'hanno, quel tipo di contratto."

"Ma chi me lo fa fare, di andare a lavorare in Inghilterra???", dice l'amico italiano.



Argomenti: vivere in Inghilterra, lavorare all'estero, differenze culturali
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Commenti


20/10/2019 17:46:36, Fede-exb
Sembra di essere in un ufficio pubblico ;)

a parte gli scherzi, sul discorso del timbratore ricordo che un conoscente, che lavorava per una università italiana, aveva la possibilità di seguire un progetto anche per una università degli stati uniti. Ha chiesto ad entrambe se la cosa fosse compatibile. Negli USA gli hanno detto che non importava quanto tempo fosse stato presente, l'importante era che concludesse bene e con successo il progetto assegnatogli. In Italia gli hanno detto che (non importava che cosa facesse in ufficio - questo l'ho aggiunto io) l'importante era che timbrasse comunque almeno x ore ogni mese.
20/10/2019 22:28:33, Claudio @ VL
Pensa che ieri sera mi son trovato a discutere con qualcuno convinto che la produttività italiana fosse eccellente, così come la trasparenza delle aziende italiane (tutte, secondo il mio interlocutore). L'aneddoto che hai proposto conferma invece che non è cambiato niente rispetto a quel che avevo scritto nel 2012 in Lavoro in Italia: troppe ore, pochi risultati: in certi posti - in certe Nazioni - dar l'impressione di lavorare conta più che lavorare davvero.
21/10/2019 23:14:37, Fede-exb
articolo del 2012 interessante e condivisibile, e sempre attuale. Spesso basterebbe lavorare poche ore, ma concentrati e bene, per essere molto produttivi. Invece molti (pessimi) capi non comprendono questa cosa. Vero che il multitasking delle volte è inevitabile, purtroppo il mondo non è così semplice, ma per quanto possibile dovrebbe essere evitato. Invece piace molto ai (pessimi) capi: così vedono che tutti sono impegnati a cercare di mandare avanti decine di progetti in contemporanea, probabilmente non va avanti niente, ma è bello vedere i propri sottoposti occupati!

trasparenza?
invece mi domandavo, ma per quanto riguarda le raccomandazioni, gli amici, gli agganci politici .. cose che in italia vanno sempre di moda, in UK o all'estero in genere come sono viste?
22/10/2019 10:10:34, Claudio @ VL
In tanti anni all'estero (UK, USA, Singapore) ho visto vari casi di persone che aiutano parenti e amici ad ottenere posizioni aziendali di prestigio e/o di tutto riposo, ma c'è un ma: erano italiani sia i raccomandatori che i raccomandati. Trattandosi di un sistema a catena, in un paio di casi i raccomandati riuscirono ad influenzare decisioni aziendali per portare business a loro amici.

L'unico caso in cui non c'erano italiani di mezzo riguardava uno zio che aveva aiutato un nipote ad entrare in azienda, dandogli inizialmente lavoretti piccoli e poco retribuiti. Nel giro di pochi mesi il tizio si dimostro' molto capace (in un ruolo tecnico, in cui non c'è la possibilità di fingersi competenti) e ottenne ruoli più impegnativi, che ricopri' bene. Che poi era una cosa prevedibile, visto che era uscito a pieni voti da una ottima università.

Quando parli di "agganci politici", invece, mi fai ripensare a certe cose che vidi in Italia: raccomandazioni sindacali per trovare impiego come operaio o impiegato per persone che non avevano alcun titolo per svolgere quei lavori. Un collega che si ritrovo' a dover votare un certo partito (era ancora la DC) alle amministrative locali, perché cosi' aveva promesso suo padre a qualcuno, e CGIL nelle elezioni aziendali, perché cosi' aveva promesso sua madre a qualcun altro; e entrambe le promesse erano in cambio di qualcosa (promozioni aziendali? Il famigerato "livello" in azienda?). Se queste cose esistono, non le ho proprio notate, qui in UK.

Una cosa a parte sono invece le referenze: quando vieni contattato da un'azienda, o dall'agenzia di selezione del personale da essa incaricata, e ti propongono un lavoro, hanno la possibilità di contattare le aziende per cui hai lavorato in precedenza (e infatti e' buona norma inserire nomi e contatti di un paio di persone in fondo al proprio CV, in modo da avere un minimo di controllo su questa fase della selezione). Mi pare sia consentito anche in Italia, ma qui e' un processo regolamentato (vedi). Per evitare di vedersi citare in giudizio, la prassi normale, a quanto ho visto, e' che le aziende cercano di evitare di dare referenze negative, per cui le uniche referenze che fanno una qualche differenza sono quelle entusiastiche ("You'd be crazy not to hire him, he will elevate the game of his colleagues from the get-go").

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