Oslo, febbraio 2020

Un altro San Valentino a sorpresa in un'altra capitale europea
21/04/2020 | Autore: Claudio @ VL | 0 commenti

Una giornata qualsiasi di primavera di tanti anni fa. Non succede niente, vai a scuola, torni da scuola, bei voti, brutti voti, gente stronza, gente ok. Poi cambia tutto: una radio locale trasmette la notizia che i Tally Ho!, gruppo settimese di musica new wave, hanno pubblicato il loro primo quarantacinque giri. Eccellente! Diventeranno famosi! E' la notizia più importante del tuo mondo... per mezz'ora. Poi scopri che i Duran Duran hanno appena pubblicato Rio, ascolti Hungry Like The Wolf e Save A Prayer, e i Tally Ho! (*) passano in secondo piano, non ti interessano più, fai pure fatica a ricordare che esistono.

Ecco, il mio viaggio a Oslo e' in una posizione simile ai Tally Ho!. Sono andato in Norvegia verso la fine di febbraio, per il tradizionale eppure misterioso viaggio a sorpresa per San Valentino, ma l'epidemia di coronavirus ha occupato sempre più il mio tempo e la mia mente, come credo sia successo a tanti, e di Oslo mi sono quasi dimenticato. Per cui rimedio oggi pubblicando qualche foto e gli appunti (incompleti, sconclusionati, non particolarmente turistici) che avevo scritto nelle sere del viaggio.

Sono arrivato nella capitale norvegese la sera di venerdì 21 febbraio e sono ripartito la sera di lunedì 24 febbraio, con me c'era mia moglie, l'artefice della sorpresa. Se volete sapere qualcosa di più su come organizzare un viaggio a sorpresa ne ho parlato qui, e questo e' l'elenco di tutti i viaggi con questo tema.

Jernbanetorget

Dalla finestra della nostra camera si vedono le colline, alcune piste di salto con gli sci e poi, più vicino a noi, la baia di Oslo e, ancora più vicino un'ampia piazza, che poi scopriremo chiamarsi Jernbanetorget (torget=piazza), che diventerà il punto di partenza per varie passeggiate (ci sono le fermate di molti autobus c'è la stazione ferroviaria dietro l'angolo). Non fa molto freddo, considerato che siamo in febbraio, ma sabato mattina c'è cosi' tanto vento che ci vorrebbero degli occhiali protettivi: diventa difficile vedere, con gli occhi umidi.

Monumento alla Resistenza norvegese
Monumento all'Osvaldgruppen, il gruppo più attivo della resistenza norvegese anti-nazista durante la seconda guerra mondiale.

Un edificio interessante a due passi da Jernbanetorget



Bastano poche ore in giro a Oslo per notare alcune cose: primo, ci sono una quantità incredibile di monopattini elettrici in transito, o parcheggiati bene, o abbandonati malamente. Secondo, Oslo pare persino più multi-etnica di Londra, cosa che non credevo possibile: su quattro persone che incontri per strada, tre non sono d'aspetto scandinavo. Certo, ci sono sicuramente tanti turisti, compresi molti italiani. Terza cosa, le auto elettriche sono tantissime: a volte capita di avere cinque auto nel proprio campo visivo, e quattro sono Tesla.

Alcuni scooter abbandonati.

Il palazzo reale


Il cambio della guardia "ufficiale" si svolge davanti al palazzo, ma anche i posti di guardia secondari intorno al palazzo, come quello nella foto, richiedono cambi. I soldati che vediamo sono giovani (ovvio...), ragazzi e ragazze, in uniforme cerimoniale, con un cappello che ricorda quello dei bersaglieri. Si spostano da un posto all'altro di corsa. Non so se si tratti di una cosa pianificata o abbiano tutti un'urgenza particolare, oggi.

Museo di Storia Culturale (UiO), zanna di tricheco. Bello vedere che la zanna e' diventata un animale (pesce, balena o altro) che funge da supporto per una serie di incisioni che mostrano la vita dei cacciatori.

Spade vichinghe, stesso museo.

Un ufficio del Ministero della Difesa, a due passi dalla fortezza medievale Akershus.

Segni di anti-nazismo su un palazzo in centro.

Una cosa positiva dell'hotel in cui dormiamo (il Radisson Blu) e' che e' un edificio alto e facilmente visibile durante le escursioni a Oslo, per cui diventa facile orientarsi. Una cosa negativa, pero', e' che ce ne sono tre, di hotel della stessa azienda, nel centro di Oslo, e due sono in edifici alti. Sabato, rientrando dalla nostra escursione, credevamo di essere nel nostro hotel, pur non avendo riconosciuto l'ingresso ("ce ne sarà più di uno"), poi prendiamo l'ascensore e scopriamo che non arriva al piano in cui si trova la nostra stanza, il ventiduesimo. Chiediamo in reception, ci dicono che quel piano non c'è, e non trovano il nostro nome nel loro registro digitale. Siamo nel Radisson Blu sbagliato, il nostro e' il Plaza, questo e' il Radisson Blu Scandinavia. Ce ne andiamo in direzione dell'hotel giusto.

Un edificio del governo. NON il municipio di Oslo, molto più squadrato e austero, in cui ogni dicembre viene consegnato il Premio Nobel per la pace, unico Nobel a non essere assegnato presso l'Accademia Svedese a Stoccolma.

Sabato sera, ora di cena. Abbiamo prenotato un ristorante specializzato in pesce nella zona del porto turistico, ma camminando lungo i vari moli non lo vediamo. E ora fa freddo. Alla fine fermiamo un passante, che consulta Internet sul suo smartphone e ci dice che il ristorante ha cambiato nome: e' l'unico ristorante che abbiamo visto, vicino al primo molo Det nye Fisketorget. Secondo problema: il ristorante e' tutto vetrato, ma di maniglie non se ne vedono. Dopo qualche minuto una signora si alza da un tavolo dove sta mangiando e apre un pannello di vetro facendo forza sul bordo. Mentre torna al tavolo e alla sua comitiva, una decina di signore sui 50-60 anni, la sento che dice qualcosa in italiano, e la ringrazio nella nostra lingua. Mangiamo pesce e aragosta, e noto che si sono altre tre comitive italiane, quindi tre quarti della ventina di clienti sono italiani. Buffo, speravo di incontrare un amico di amici che vive qui, ma scopro che e' in vacanza ai Caraibi.

Domenica prendiamo l'autobus 30 per andare al Vikingskipshuset, il museo delle navi vichinghe, che si trova a Bygdøy, una penisola coperta da foreste, belle case e... musei: ce ne sono cinque, ne vedremo poi tre.
Una rapida occhiata ad una mappa mostra che intorno ad Oslo ci sono molti luoghi, di solito isole, il cui nome termina con øy, che - ho verificato - significa appunto isola. Bygdøy era anticamente un'isola, ora e' una penisola collegata alla terra ferma da un istmo largo circa 500 metri. La parola norvegese per penisola, halvøy, e' di una semplicità e linearità che mi piace: significa mezza isola.


Il Trenta impiega mezz'ora per raggiungere il Vikingskipshuset. Il biglietto costa 120 corone (dieci euro e spiccioli) e consente l'ingresso a due musei, questo e quello di Storia Culturale che abbiamo visitato ieri. Troviamo tre battelli vichinghi in differenti condizioni di conservazione: le navi di Oseberg e Gokstad, che sembrano pronte per prendere il mare in giornata, e Tune, di cui invece c'è solo la parte inferiore della chiglia. Sono tre dreki, o drakkar, tipici battelli vichinghi utilizzati tra il IX e il XV secolo, con vele per la navigazione oceanica e remi per quella sotto costa, con pescaggio minimo (un metro!) e quindi adatte anche a risalire fiumi per arrivare a saccheggiare città nell'entroterra, come probabilmente avranno osservato gli abitanti di Inghilterra e Scozia. Il museo merita una visita.

Nave di Gokstad

E' una splendida giornata di sole, all'aperto si sta bene. Ne approfittiamo per proseguire a piedi lungo una strada collinare che ci porta fino all'estremità orientale di Bygdøy. Le solite numerose auto elettriche, ma in tutta la penisola vedremo solo un monopattino elettrico, probabilmente non il mezzo ideale con salite e discese (e magari i punti di ricarica sulla penisola sono pochi, non ho verificato). Arriviamo ad uno spiazzo con la fermata finale dell'autobus 30 e troviamo tre musei: quello del Kon-Tiki, quello del Fram e il Norsk Maritimt Museum, il museo marittimo norvegese. Visitiamo i primi due, 120 corone a persona per ciascun museo oppure 220 per entrare in entrambi (o 320 corone per visitare tutti e tre i musei).

Il museo del Kon-Tiki e' dedicato alle esplorazioni di Thor Heyerdahl (1914-2002). Esploratore, uomo eclettico, pacifista, interessato a verificare ipotesi considerate poco credibili, Heyerdal ha contribuito al ramo dell'archeologia sperimentale: si convinse che la razza umana avesse raggiunto e popolato la Polinesia partendo dal sud America anziché dall'Asia. Costruì una zattera in balsa seguendo antiche illustrazioni peruviane e la utilizzo' per percorrere circa ottomila chilometri nel Pacifico del Sud, seguendo la corrente di Humboldt e raggiungendo infine l'atollo di Raroia. In seguito, coi battelli in papiro Ra e Ra II, dimostro' che e' possibile attraversare anche l'Atlantico utilizzando metodologie costruttive antiche. Il piccolo equipaggio delle spedizioni di Heyerdahl comprendeva gente di molte nazionalità differenti, tra cui l'italiano Carlo Mauri. Le teorie di Heyerdahl, oltre ai loro limiti scientifici, hanno generato controversie anche perché suggeriscono la superiorità della razza bianca rispetto alle altre. Preferisco pensare agli aspetti positivi: Heyerdahl era uno che, di fronte all'illustrazione di qualcosa vecchio di secoli o di millenni, si chiedeva sempre "Ha funzionato? Potrebbe funzionare ancora? Come posso costruirlo?", anziché deridere il tutto come fosse qualcosa di obsoleto. Era curioso, e si lasciava guidare dalla sua curiosità.

Il Kon-Tiki

Ra II

Il Fram Museum (Frammuseet) e' dedicato al Fram, una nave - in legno - che viaggio' molto: venne utilizzata da Fridtjof Nansen per esplorare il circolo polare artico nel 1893-1896 e da Roald Amundsen per raggiungere il Polo Sud nel 1912. Il museo contiene informazioni su molti altri esploratori dell'Artide e dell'Antartide, e sulle loro missioni, riuscite o tragiche.

Il Fram

Mentre aspettiamo l'autobus per tornare in albergo, nel piazzale dei tre musei arriva una Porsche elettrica: e' la Taycan, che non avevo mai visto. Non sono il suo aspetto o il suo prezzo ad impressionarmi: e' il suono, feroce e quasi meccanico, del suo motore. Pare un otto cilindri, invece e' un 500 kilowatt.

Un momento di riposo dietro ai tre musei.

In serata scopriamo che trovare un posto dove mangiare, la domenica sera, non e' facile. Un paio di ristoranti che la reception ci aveva indicato come aperti risultano essere chiusi. Ci ritroviamo a mangiare un kebab (buono) in un chiosco nella stazione centrale, poi troviamo un centro commerciale aperto e ci fermiamo a bere una birra. Sulle pareti sono presenti le magliette di tante squadre calcistiche europee, il gigantesco e barbuto barista ne indossa una della Roma. Torniamo all'hotel piuttosto stanchi per le camminate di oggi. Mi ritrovo a guardare sull'ampia tv della nostra camera una serie di documentari su Alex Honnold (scalatore) e Ernest Shackleton, esploratore famoso per aver guidato una spedizione nell'Antartide nel 1914-1916 e per essere riuscito a riportare a casa tutti i membri dell'equipaggio vivi, nonostante una serie impressionante di disavventure iniziate con l'affondamento della loro nave, l'Endurance. Mi ritrovo infine, con tutto questo rinnovato interesse per l'esplorazione artica e antartica a scambiare messaggi su Twitter con Aaron Teasdale, un giornalista del National Geographic che ha scritto un approfondito e critico articolo su Colin O'Brady e sul suo iper-pubblicizzato "attraversamento" del Polo Sud. Da leggere e rileggere, come faccio prima di addormentarmi.

Lunedì, il volo e' in serata. Passiamo la giornata tra la fortezza Akershus e il quartiere Aker Brygge, vicino al porto, con edifici moderni, ristoranti esotici, affitti costosi.

Un'opera d'arte a Aker Brygge



In conclusione: Oslo mi e' parsa una città gentile. Non nel senso antico di gentile come goyim, cioè non ebreo. Proprio gentile: un posto accogliente, con più minoranze etniche che a Londra (e qualche ordine di magnitudine al di sopra di Milano o Roma), che cerca di farti sentire a tuo agio, in cui nessuno e' scortese o chiuso con te (cosa che ho notato invece a Copenhagen, che mi aspettavo molto più estroversa e accogliente). Questa visita si e' svolta in febbraio, quando le misure di distanziamento sociale (impropriamente, nei media italiani, lockdown) non erano ancora iniziate.





(*): il nome dei Tally Ho! si scrive rigorosamente col punto esclamativo, come poi fece anche Yahoo!, copiandoli.



Argomenti: Norvegia, racconti, Scandinavia


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